domenica 28 giugno 2015

Amato Eridano parte III di III





Taque.

Dopo essersi interrotta la sentii mugugnare. Quell'arma parlante stava forse piangendo? Singhiozzi strani, lamenti per ricordi evaporati, scricchiolii di legni senza più primavere nè fioriture e tenere foglie.

Deve essere ben dura per il cane sopravvivere al padrone, pensai tra me e me.

“Vattene ora" riprendendo voce all'improvviso, hai visto fin troppo, non vedendo nulla. Vattene, torna alla luce, stinta creatura, che i colori dell'eccelso siano un giorno la tua pelle.”




Meravigliato e costernato per quell'uscita e quel cambiamento repentino d'umore, me ne tornai vacillando, a tentoni, sui miei passi stupefatti, cercando l'uscita come il dormiente cerca il risveglio dopo un sogno intenso e degno di riflessione. Ora, ad ogni mio incerto passo, convinto di star calpestando una qualche sorta di strano essere vivente e per di più intelligente, usavo solo la punta dei piedi, come agile ladro, terrorizzato di farsi scoprire in un luogo che non gli appartiene, e che per la verità, non appartiene a nessun altro della sua stessa razza.

Ritornai al presente, uscii allo scoperto, ora i ruoli si sarebbero potuti invertire: il vecchio mi stava aspettando, in piedi e quasi sorridente, io invece mi sarei voluto inchinare come era lui poc'anzi, a contemplare prostrato al suolo quel luogo carico di prodigio e leggenda.

Mi accolse con queste parole: "Piccolo uomo, i sogni e i miti non si fermano mai, nemmeno questa nave sepolcro è ferma. Continua il suo viaggio tutt'ora, le grandi piene la spostano, poco alla volta, secolo per secolo, forse per farle riguadagnare il mare, chissà. Imperscrutabile è il suo corso, come quello delle stelle. Forse i fondali marini la reclamano per loro, forse il ricordo del Mare non si è spento in tutti questi millenni e la brama tutta per sè. Riappare in superfice non più di una volta per secolo, è molto attenta e selettiva su chi può calcarne le sacre membra.

Ora anche tu, ora anche tu", proseguì , " Trascorrerai notti insonni, come me, esattamente come me, a rivivere quel combattimento e quell'incontro tra esseri sovrumani, a intravedere quell' essere leggendariaohe vagava tra le nebbie più fitte della nostra pianura a cacciare i grandi mammiferi primevi e gli ultimi sauri relitti.Ti apparirà in sogno quel nobile Gigante, intento ad affrontare gli enormi cervi megaloceri, che oscuravano il sole con le loro poderose corone d'ossa; oppure lo sorprenderai a lottare a mani nude, quando preferiva il corpo a corpo, con i superbi Uri, afferrandoli per le loro corna di luna nuova, come poi fecero, eco lontanissima ed attutita, i lucenti, di sudore e di olio, giovani cretesi. Anche tu vedrai per un istante dilatarsi dinanzi ai tuoi occhi le narici, grosse come un tuo pugno, di quei tori celesti, possenti come mandrie intere e ti sentirai arretrare già al loro potente sbuffo, carico di adrenalina; sentirai le tue gambe, mentre le mani afferreranno quegli scettri incurvati, cedere e indietreggiare mentre il tuo piede, ancorato nelle sabbie d'oro, si farà, suo malgrado, vomere vivente".


Iniziò a muoversi, a sbiascicare passi pesanti su quelle sabbie fini che gli addentavano mollemente i piedi, fino alle caviglie.

Mi fece un breve cenno di seguirlo ed intanto parlò di Orione come di un lontano avo, come se in lui scorresse qualche goccia di quel sangue sovrumano.

“Si dice che arrivò in Italia dall'Illiria e prima ancora dalla Tracia. non era amante dell'elemento liquido, gli piaceva camminare, moltissimo.

Si mormorava, tra le antiche genti, che durante le sue battute di caccia gli capitasse di catturare anche qualche donna del luogo e lasciarla gravida.

Lungo l'antico Eridano, che tutto ha seguito, disseminò parecchi figli e ancora ora esiste qualche sparuto superstite di quella discendenza, annacquata, diluita, inquinata quanto vuoi ma comunque indelebile. Io sono uno di quelli, dell'indole cacciatrice in me quasi non c'è più traccia, ma fin da giovane mi piaceva tirar con la fionda e l' arco.

Vieni, ti mostro il filo sottile che unisce il mito alla realtà, la strettoia della clessidra,sottile striscia di confine tra le Ere".

“Vedi?”, mi disse, indicando a terra una sagoma nera, indistinta, che affiorava in superficie. ”Ancora oggi, ogni tanto, le acque del fiume fanno riemergere dalle profondità delle loro sabbie questi resti millenari”.

Raccolse quello strano sasso oblungo e slanciato e proseguì:

“Ossa nere e brune, come i legni che hai già incontrato, a volte lucide come ebano o palissandro, pesanti come piombo. Ognuna con sfumature cangianti dal nero bluastro di una tersa notte appena iniziata al color miele di castagno, denso e ambrato.

La prima cosa che colpisce l'occhio è la loro lucidità, quella sorta di lustro metallico creato dagli ossidi e dai minerali che li avvolgono e li impregnano. Brillano scintillanti come fossero elmi e lame di Toledo, sembrano pieni di vita, antiche storie di sangue ribollente e cuori palpitanti di bestie primordiali.

Possiedono una patina stupenda, come solo su alcuni mobili rinascimentali riesci a percepire.

E queste son solo le ossa, ragazzo mio, dovresti vedere i denti: a volte li trovi singoli, a volte su mandibole intere, incastonati come gemme scintillanti. Possono diventare di un azzurro intenso che ti rapisce lo sguardo e tu te li giri tra le mani come un bimbo estasiato si gira nella bocca la sua caramella, abbagliato dal lavoro certosino di quel gioielliere straordinario che è il fiume. Cosa è capace di fare il tempo, come è capriccioso !

Sempre distrugge, ma mentre lo fa si diletta a fare l'artista, trasforma il regno vegetale e animale in minerale, conserva delle ossa e dei volgari denti e li tramuta in pietre dure, preziose e brillanti".




E io, mentre seguivo il mio Virgilio, la sua figura e la sua memoria, mi crogiolavo al sole della fantasia, mi lasciavo inabissare in quell'oceano di piccoli atomi levigati: sabbie e ghiaie immortali. Produce un suono così rilassante e distensivo la parola ghiaia: ghìa ghìaa ghìaaa ghìaaaa, ti senti come erba triturata finemente, cullato per l'eternità dal lento Po, da quello stomaco ruminante che sminuzza, arrotonda e tritura quei chicci di grano in attesa di attecchire.

Ogni minuscolo granello di sabbia possiede la perfezione di un diamante sfaccettato dal miglior intagliatore, è il nucleo più duro e puro di ogni roccia, l'essenza e la stilla di un'intera montagna.

Ognuno ha la sua età, provenienza e lingua: chi arriva da antichissimi fondali oceanici della mitica Tetide poi diventati le vette più gelide delle Alpi, chi invece ha natali meno blasonati e arcaici ed è rotolato dalle morbide colline, più tenere e bonarie.

Ognuno dalla sua era geologica, dai sui strati, dai suoi cataclismi immani.

Ognuno scivolato da una montagna diversa, da una cima diversa, da una frana o una glaciazione che l'hanno fatto rotolare a valle.

Ogni granello un mondo di mondi, arabeschi di dinosauri, felci ciclopiche, brodi primordiali, la poesia dei primi fiori, i segreti amori dei muschi vellutati, i primi passi incerti di noi bipedi, tutto è riassunto in quelle gocce del Tempo pietrificate.

E in questo cimitero delle vette perdute, quasi a memento per gli sporadici uomini di passaggio, giacciono miliardi e miliardi di granelli, ognuno dei quali sbeffeggia persino il più potente degli umani: qualsiasi geologo che si rispetti, qualsiasi passante attento, ogni volta che guarda una pietra, la scruta di sottecchi, con una malcelata invidia, come se osservasse un alieno, perchè sa perfettamente che durerà più a lungo di lui, dei suoi figli, di tutte le nazioni e le civiltà.

Quando si inizia a parlare di milioni di anni non si entra nella preistoria, ma nella metafisica.

Allora vacilla qualsiasi mente, annaspa qualsiasi analisi, inciampa la fantasia più feconda. Nessuno ha il potere di immaginare quei posti e quei tempi, la mente vacilla, il cuore palpita e l'intelletto, sbigottito, non fa altro che tacere...

Erano cosi vicino a me i resti immortali di Orione, eppure così distanti, impossibili da raggiungere, anche potendoli toccare. Tempi già inabissati. già inghiottiti dalle spire incessanti del tempo.

E io m'immaginavo Orione, il Gigante, l'Instancabile, figlio di dio immortale e donna mortale, a cacciare gli elefanti di brina, gli estinti mammuth, il cui passo faceva tremare la terra e ne spezzava la lamina ghiacciata, lasciando pozzanghere per microcosmi di muschi e licheni. E i fiotti di sangue di entrambi, copiosi, rovesciati al suolo, a riscaldare la terra gelata, ad innaffiare gli spiriti degli acquitrini che altro non aspettavano se non quelle inebrianti libagioni.
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