sabato 20 giugno 2015

Corri Francesco, corri! Parte I di II






"Un biglietto sola andata per Roma Termini, il freccia rossa delle 9.45. Grazie."

Camminava spensierata Maria, una ragazzina magra magra sui 12 anni, per le vie del centro; i suoi passi erano leggeri, gli occhi distratti, ma il cuore batteva, anzi marciava, come un sacro guerriero, fermamente risoluto nella sua missione. Il fallimento non era contemplato, mai ci sarebbe potuto essere, doveva semplicemente arrivare alla meta prefissata, senza esitazioni.

Biglietteria dei Musei Vaticani: “Salve, piccolina, cosa posso fare per te?”
“Buongiorno, sono venuta per parlare con mio fratello”.
“Tuo fratello piccola?” E già stava pensando a tutti i suoi collaboratori e colleghi.
“Si si, mio fratello, Francesco!”
Francesco...Francesco... upensava fra sé e sé il custode, ma non gli veniva in mente nessuno.
“Ma sei sicura bimbetta? Garda che qui non c'è nessun Francesco!”
"Ma come no! E' il capo lui! Impossibile che non lo conosci !"

“Ma bimba mia, l'unico direttore, qui, del museo, si chiama Gianluca, Gianluca Pallavicini! Ma che Francesco cerchi tu? Come fa di cognome?”

“Bha! Lasci stare guardi, arrivederci” fece Maria iniziando a perdere la pazienza.
Ancora prima che il bigliettaio, inebetito, aprisse bocca, Maria era già corsa via.

Girellò un po' nei dintorni, in cerca di un altro edificio, lesse sopra una porta la targa: Pontificia Congregazione Apostolica.
Entrò in quell'ufficio dei venerandi, tutti blasonati e tunicati.
Ah ecco, forse ci siamo, pensò Maria, questi almeno sono preti!
“Oh... che bella signorina abbiamo qui, come mai da queste parti?”
“Senta, cominciò già innervosità, è già mezz'ora che giro, cercavo mio fratello, Francesco.”
“Oh piccola, si deve essere persa sa?, qui siamo tutti sopra i 75 anni di età, come è possibile che uno qualsiasi di noi abbia una sorella così piccina? Guardi, l'unico Francesco qui é sua eccellenza Don Francesco Pedrini, nato nel 193..”.
Prima ancora che finisse, Maria lo interruppe:”Ma no, ma no! Io cerco Francesco! Francesco Bergoglio! “
“Francesco Bergoglio?? E chi è?" L'alto prelato sgranò gli occhi davanti a Maria come per osservarla meglio, con maggiore interesse.
“Ma come chi è, insomma mi vuol prendere in giro? E' il capo di tutti voi, il papa!”

“Il Papa? Papa Francesco? Mai sentito! Impossibile!”
Lo sguardo inebetito del togato era l'emblema della meraviglia e dello asgomento, si scosse da quella scena per entrambi surreale, alzandosi in piedi e si diresse nella stanza che occupava il retro, dall' eccellentissimo Cardinal Milazzi, classe '21, Gran Segretario di quell'ufficio.
“ Ma eminenza”, esordì quasi balbettando ”Chi è il nuovo Papa? Io ero rimasto a Gregorio Magno II”. Il cardinale, duro di udito, ci mise un po' ad afferrare la domanda, poi iniziò, con un po' di tremarella, a muovere le dita, come se stesse contando qualcosa, o stesse cercando di smuovere le dita anchilosate e rattrappite. Si sentiva una sorta di litania, un bisbigliare da comare, come una preghiera sommessa: Leone I II II X; Giovanni I II Penultimo e Ultimo, Paolo IV V VI, Gregorio Magno I II...

e qui si fermò un attimo, memore dall'appunto dell'esimio collega, poi scosse la testa, con un segno di commiserazione, come per dare del rincretinito al collega ed andò ancora avanti: Basilio VI,VII, Pio IX, X. la conta si fermò al pollice della mano sinistra e con un bisbiglio proferì in un'esclamazione di trionfo: Teodosio 1!!

La bambina era già uscita a Giovanni II, disgustata e incredula..ma poi neanche più di tanto...

e già sulla strada sentiva che i due venerandi iniziarono a confabulare ad alta voce scagliandosi calorosi anatemi tra loro:” Deficentibus!" e in tutta risposta " Somarissimus!”

Era quantomeno esasperata, accaldata e sudata, qui ci vuole un bel gelato, disse tra sè e sè, poi ne riparleremo!”

Si sprofondò sulla prima panchina all'ombra che trovò, con un maxi cono al gusto di apostolo, virtù teologale e frutto proibito.

Le si avvicinò un signore attempato con un sorrisino di sottecchi:” Perchè lo cerchi in quella gabbia di matti? Non è mica scemo, non ci starebbe mai li dentro! Se ne sta più al sicuro, in disparte, almeno così pensa lui, ingenuo Francesco...Ma non è questo il punto. Il punto è che Domenica prossima si terrà una celebrazione solenne in memoria dei bambini vittime di abusi; una santissima messa a S.Giovanni in Laterano, alle ore 9.00. Prendi questo, ti servirà”. E le lasciò sulle ginocchia un involucro ingombrante e morbido.
Se ne andò veloce come era venuto, senza che Maria potesse nemmeno ringraziarlo.

“Ehi!, psss, pss, Francesco! Francesco! Sono io, qui dietro!! Girati!” Così sussurrava una chierichetta non invitata, che si era infiltrata di nascosto a quell'evento.

Appena il Papa intercettò quella vocina fece un sussulto, ma non di paura, direi anzi di meraviglia. Ma meraviglia artefatta e costruita, dato che in un qualche modo stava aspettando proprio quel fatidico momento.
Le risponde, bisbigliando, ma senza girarsi: “Certo che sei tu, lo so benissimo! Ti dona proprio sai il camice bianco, devo dire di aver azzecato la taglia giusta, tra l'altro” E finalmente si gira e le strizza l'occhio, tutto divertito dalla scena inusuale e fuori da qualsiasi protocollo che si stava creando.

“Ehhh??Ma che diam...Non mi dire? Eri tu? Ahh! me l'hai proprio fatta vecchio volpone, la tua abilità di travestimento è decisamente migliorata, non c'è che dire” e tentò di smorzare una risata scrosciante.
Poi si fece subito seria e preoccupata: "Fratellino caro! Finalmente ci siamo! Ben ritrovato! Avvicinati, ti devo dire una cosa all'orecchio.”

Dai banchi non si capiva cosa stesse succedendo, ma gli altri chierichetti e i prelati che assistevano il papa stavano già brandendo candelotti enormi di cera, come fosse dinamite, da scagliare contro la sciagurata guastafeste. Un gesto del papa bastò a quietare gli animi. E' tutto a posto, ci penso io, lasciò intendere con lo sguardo e le mani.

“Ahh, sei arrivata Sorella amata", le sussurrò con palpabile commozione, posandole le mani sulle spalle e irradiando un sorriso rinfrescante.
“Non ora Francesco, non c'è tempo, chiudi tutto e seguimi”.

Il Papa non ci pensò un solo istante a contraddire la bimba o a esporre delle perplessità, sbiascicò un paio di parole di scusa per l'inatteso commiato, lasciò le redini delle celebrazioni ad un chierichetto di 8 anni e si svestì rapidamente porgendo le vesti da cerimonia al vescovo vicario, senza nemmeno accorgersi che aveva invertito i destinatari delle consegne.

Si allontanarono in fretta nella folla, mano nella mano,con la bimba che lo trascinava correndo a tutta andatura. La differenza degli anni si fece presto sentire, la presa della mano divenne meno salda, il respiro di Francesco più pesante, la sua andatura più lenta.

giovedì 18 giugno 2015

Amato Eridano, parte II di III


La promessa di una totale oscurità venne subito onorata. In quel buio che risucchiava persino il tempo e lo spazio, il tatto divenne il mio unico alleato. Mi segnalò ben presto screpolature, piccole faglie e canyon, squarci e ferite profonde ma mai mortali, forse rughe di vecchiaia e saggezza, nelle quali si erano incanalate gocce secche di linfa e resina. Erano venature di vuoto, ma in esse, lo intuivo, giacevano stille di sapienza ancestrale.

Ogni mio passo provocava uno scricchiolio, mi sorpresi a non definirlo sinistro, solo antico e dolce, addirittura sensuale, per qualche insondabile ragione, femminile.

Era legno dunque anche il pavimento, talmente rinsecchito da essere dventato più duro e robusto del ferro. Qualsiasi lama si sarebbe accartocciata come cartapesta se avesse provato a scrutarne le oscure profondità.

Procedendo a tentoni capii che stavo iniziando a scendere, sentii sotto i miei piedi degli scalini. Di un raggio di luce, ovviamente, nemmeno l'ombra; ero lasciato in balia del tatto e dell' olfatto ed ora, all'improvviso, dell'udito.

Mi sembrò, infatti, di distinguere appena appena accennato, un suono; mi resi conto così,dovunque fossi, di non essere più solo.

Partirono note guizzanti, come lampi che sfrecciano nel buio e lo squarciano. Un misterioso maestro d'orchestra aveva dato il là ad un concerto inatteso: risatine soffocate, dentini di fate che trillavano sorpresa e divertimento, vocine acute e cristalline. Paroline sottili e sussurrate, ma al contempo sgorganti e impetuose, vivaci e acquee come quelle di gioiosi fanciulli, emanavano frescura silvana. Come se a parlare fossero le antiche memorie delle assi di quello strano ipogeo, un tempo alberi imponenti e boschi lussureggianti pieni di driadi e ninfe.

Una suggestiva nenia in un linguaggio a me sconosciuto, probabilmente morto da millenni, un' eco antica, ma selvaggia e possente che si era preservata fino a noi da chissà quale inaccessibile passato. Eppure non c'era polvere su quelle parole, su quelle ugole vergini, erano vivide e cangianti, luminose di candore.

Ormai non pensavo più a nulla, ero solo rapito, estasiato da quel coro di mughetti e bucaneve. Mi sentivo come bimbo a caccia di farfalle, con il mio retino d'ascolto, che cerca d' afferrare con goffaggine ciò che si librava nell'aria con tanta leggiadria e naturalezza.

Eran suoni tanto gradevoli quanto lontani, remoti come baluginio stellare, piacevoli, anzi, piacenti e orecchiabilissimi, nonostante fossero incomprensibili,o forse proprio per questo...

E cosi proseguii, ora sempre più a tentoni, verso l'oscurità crescente, sospinto da mani canterine.

Ritornarono alle loro antiche faccende quelle mani, perchè tutto d'un tratto vi fu silenzio di tomba. E poco dopo capii che di tomba si trattava, a tutti gli effetti.

Partirono di nuovo degli acuti, delle note singole, sprizzarono effervescenti, intense ed altissime ,quanto rapidissime nel loro susseguirsi. Ora ogni acuto emanato corrispondeva a una luce, un flash, che vibrava in quella miniera di tenebra e mi faceva sentire sperduta bestia, impaurita di fronte a un poderoso temporale estivo mentre dal suo stretto e poco asciutto riparo era obbligata a godersi uno spettacolo maestoso, terrorizzante e stimolante insieme.

Non so se posso ripetere con esattezza quello che vidi e nemmeno se voglio davvero farlo. Fui colto da sacro timore. Rimasi impietrito, morto anch'io, sparuto visitatore di quel cimitero, dinanzi a un altro morto.

Vidi qualcuno disteso in una nicchia in fondo alla parete, i resti di uno scheletro più nero di quel legno carbonizzato dai millenni, talmente possente e vigoroso che sembrava quasi una persona ancora in carne ed ossa. Senza dubbio un gigante, superava ogni umana dimensione.

M' immaginavo già chissà quali tesori potesse custodire quella cripta, degni del corredo funebre di quell'essere sovrumano che aveva attraversato e calcato queste terre quando il Po era largo chilometri e chilometri, per ragioni mai scritte e registrate dalla storia.


Le note di luce continuavano a pulsare, iniziavo già a sentirmi allucinato, drogato da quegli impulsi psichedelici. Anch'io in quel momento avrei voluto essere sdraiato.

Sconcertato, mi giravo intorno ma non trovavo nulla di quello che cercavo, nè oro, nè argento, nè elettro, solo legno e ossa.

Aguzzai lo sguardo e notai che qualcosa brandiva ancora quella mano tutt'altro che impallidita dalla morte, altro legno, una lunga clava, bitorzoluta e lucente, sembrava emanare una tenue luce propria, una pallida aurea di possenza e invincibilità, nonchè una patina che solamente il trascorrere di interi millenni poteva lasciare sulla sua superficie.

Non potei non notare come quell'arma micidiale fosse di un legno assai diverso da tutto quello che mi circondava. Non aveva spaccature, nè era nerastro, ma di un colore più vivace e luminoso, un bruno rossastro che luccicava come un sanguigno diaspro, le cui venature sottili e gradevoli sembravano filigrane e intarsi degne di un Maggiolini.

Non appena osai toccarlo, le luci si addormentarono. Notte fonda, e silenzio di pugnali. Il dito che avevo posato su quell'arma divenne una mano intera, che per istinto di protezione volle afferrare e sollevare dal suo giaciglio. Barcollai incerto , più per la sorpresa che per lo sforzo, quando mi accorsi di non riuscirci: quella clava era pesantissima, dovetti cedere dopo esser riuscito a sollevare di qualche centimetro, a mala pena, lo stelo di quel fiore antico.

Un fiore davvero raro e prezioso, che evidentemente era vietato cogliere.
Ecco che il cane destato iniziò a ringhiare.Il cuore mi si fermò per il terrore.
Risuonò un seccato AHUAAMMMMMMM, come un lungo sbadiglio, protratto intenzionalmente per far capire al sottoscritto quanto l'oscuro (ora in tutti i sensi) risvegliato stesse bene nel suo sonno.

Io, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, caddi all'indietro dalla paura e cercai di rimanere immobile e nascosto (questo non era molto difficile dopo che si erano spente le luci). Vi furono, lunghi, lunghissimi secondi di silenzio.

Ebbi fin da subito la spiacevolissima sensazione che nonostante il buio fossi tutt'altro che invisibile. Chiunque fosse il ridesto, mi stava assaggiando, con occhi penetranti e olfatto animalesco.

Come zampata felina arrivò questa sarcastica uscita : “Bhè che fai li per terra, alzati in piedi che tu ce le hai le gambe per star ritto!"

Inebetito da quella richiesta perentoria, mi misi subito sull'attenti come se avessi davanti a me un generale che mi stesse facendo una strigliata.

“Su su, non stupirti, se sanno parlare degli idioti come gli esseri umani, perchè non dovrei parlare io, figlia del sommo Olimpo?”

Riflettevo dentro me, ancora più sbigottito e stralunato: figlia del sommo Olimpo? Oh mio dio (si proprio quello) ma chi sto ascoltando ?

“Su su smettila di fare il finto tonto, mi riferivo a Zeus ovviamente”.

Ebbene si, non volevo crederci eppure a proferir parola era proprio quel pezzo di legno, quell'arma micidiale posata a fianco del suo possessore.

E pensare che inizialmente ero convinto che fosse stato quello scheletro, ridestatosi dalla morte, a rivolgermi la parola!

Mi sentivo come Alice nel Paese delle Meraviglie, tanto valeva vedere fin dove potevo spingermi in quell' antro di sogno; mi feci coraggio e tentai di stare al gioco, cercando di non balbettare: “Un pezzo di legno parlante? Oh! Questa è bella! Sei un vegetale estremamente intelligente oppure un disgraziato che ha adescato l'ira degli dei e si è fatto trasformare in un pezzo di legno?.E se così fosse devi averla combinata proprio grossa!”.

La risposta giunse repentina e sdegnosa: “Oh insomma, ma non capisci proprio niente sai? Io sono sempre stata così, o meglio, più o meno così, intendo dire che son sempre appartenuta al regno vegetale. Un tempo ero un'altissima e sacra quercia di Dodonax, la somma foresta, profumata dall'alito di Zeus, il più segreto degli oracoli, dove i tronchi trasudavano umori alati come le caviglie di Ermes e le foglie scintillavano al vento come i lampi del Re degli dei.

Ma come oracolo non fui molto frequentato, i responsi erano troppo difficili da interpretare per voi miseri umani, non è per tutti la voce dell'altissimo.

Solo pochissimi riuscivano a comprenderci, a parlare con noi. Uno era un dolce giovane, aveva capito il segreto, non apriva le sue labbra, pizzicava la sua lira. Ahh eran bei momenti quelli, si fermavano tutte le creature del bosco a celebrare quella melodia, anche i ruscelli.

Arrivò poi un giorno in cui abbandonai le mie consorelle, fummo in tante ad andarcene e a non tornare mai più. Ad un nobile eroe, fu concesso un privilegio senza eguali: alcuni alberi sacri dell'oracolo divennero la carena inviolabile della sua imbarcazione.

Il suo nome era Giasone e Argo quello della sua nave.

Mai, mai più sulla terra si vide un capolavoro di tal fatta: il Mare, il vecchio, barbuto,immenso Mare, piange ancora oggi al ricordo delle poesie che passarono sulla sua pelle, al ricordo dei cori che elettrizzavano la sua superfice. Mai, mai nessuno lo aveva accarezzato in quel modo. Non osò mai, nemmeno una volta, smuovere un'onda contro di noi, tanto era la sua brama di afferrare ogni nostra nota. Avrebbe forse voluto ospitarci per sempre nei suoi abissi, a violare i silenzi più solenni e intatti, per addolcirlo un poco, ma mai lasciò trapelare il suo recondito desiderio e mai tentò di inghiottirci.

Il loro viaggio lì portò a lasciare le acque salate per risalire la corrente di un fiume placido e maestoso, se non nei momenti di rabbia e ira irrefrenabile, quando si gonfiava di acque torbide e limacciose che sfogavano tutta la loro furia inondando le terre circostanti.

Lo chiamavano Eridano, carico di muco e melma, sparpagliato a casaccio per chilometri interi, largo di compassione infinita, accoglieva ogni morto, orgni marciume, ogni requiem nel suo ampio, morbido ventre materno. Mangiava morte e partoriva vita, ingoiava nigrido e trionfava albedo. Re degli alchimisti, discepolo del sommo Nilo.

Risalimmo con quegli eroi ineguagliati il suo corso, finchè non fu più fiume, non fu più acqua, fu solo densa palude, vasta come il mare e ancora più amara. Molti secoli più tardi i posteri chiameranno quell'inferno di malattie e piante rare e velenose Lago Gerundo.

In quel luogo vennero attaccati da una bestia primordiale, sgorgata dai budelli di quella poltiglia fumosa e fermentata, il panico si scatenò a bordo, erano eroi, ma mai era capitato loro di combattere contro qualcosa di tanto immondo.

Fu per grazia infinita, che proprio per quelle macilente terre si trovasse a cacciare l'infallibile Arciere, Orione, il Vecchio. Solo lui poteva avventurarsi per regione così funeste, solo lui poteva svettare da quelle sabbie mobili, da quei risucchi di ulcere purulente.

Quel mostro mancava nel suo carniere, sarebbe stata la sua ultima preda, il suo ultimo trofeo. Fece sibilare le sue frecce come serpenti di Zefiro e penetrò negli occhi dell'immondo sauro come maledizione lancinante, strappandogli insieme vista e respiro. Venne ringhiottito da quel magma di humus e putredine da cui proveniva, la superficie ribollì di acredine, sbavò pantani di turpiloquio e saliva acida e corrosiva.

Fu grande festa quel giorno, raro era poter avvistare quell'anziano semidio, ancor più raro ricevere il suo pronto soccorso.

Il saggio Argo volle donare al loro salvatore un dono prezioso, un asse divelta della nave da quel viscido rettile.

Orione accettò con gratitudine l'omaggio e si ripropose di aggiustare il pezzo mancante con nuovo legname, sempre di quercia, ma senza favella.

Da quella maceria informe, da quel legno spiritato, ricavò, con lavoro magnifico e ispirato, la sua ultima arma, che usò ben poche volte, e fu per lo più arma da parata.

In poche parole : Io.

E se tu non lo avessi ancora capito, sei dentro Argo e di fronte a Orione.

I nobili Argonauti, molti anni dopo che fu conclusa la loro missione , all'unisono vollero far diventare questo maestoso veliero l'ultima casa del loro salvatore, che nel frattempo aveva raggiunto le Gemme infuocate della sua Cinta.

In cuor loro, questo nobile gesto, non avvenne tanto per l'uccisione di quel mostro viscido, Tarantasio, ma per l'indelebile e segreto rimorso di non aver più avuto occasione di consolidare quell'amicizia che si era suggellata in fugaci occhiate, in gesti rituali e poche, pregnanti parole. Troppo poche avrebbero poi gridato i loro cuori.

Le voci che sentisti poc'anzi erano quelle delle mie consorelle, le stesse del Sacro Bosco; voci, come la mia, giovani e femminili. Il motivo di questa scelta rimane conficcato e inestricabile nella mente del nostro Alto Padre.

Non c'è bisogno che ti rammenti dell'altissimo privilegio che ti è stato concesso a entrare in questo luogo. Pochissimi i mortali che ne hanno varcato la soglia.

Sappi solo che tra gli ultimi a metterci piede, fu un eccelso artigiano, Stradivarius lo chiamate, trovò anche lui "per caso" questa tomba e intuendo immediatamente le qualità divine di questo legno ne estrasse alcuni frammenti e li nascose all'interno dei suoi violi, eccoti così spiegato il loro mistero di perfezione.

Non so bene il motivo per il quale la mia consistenza è diversa rispetto a quella delle mie consorelle, forse gli unguenti e gli olii che Orione usò per conservarmi e lustrarmi, forse qualche virtù portentosa nascosta nel palmo delle sue mani che penetrò in me ed è parte di me, per sempre..."

Tacque.

mercoledì 17 giugno 2015

Amato Eridano, parte I di III





C'è una forza speciale, non ancora censita dalla scienza, che aleggia come fine nebbiolina sulle terre molli e grasse della Pianura Padana, ancora intrisa, nel profondo ventre dei suoi campi fertili e verdi, degli umori di paludi antichissime e impenetrabili.
Una forza, ma in realtà una debolezza, un'inerzia atavica, dove le mani e le tasche dei suoi abitanti sono in perenne fermento ma lo spirito langue e poltrisce. Come se
una gravità doppia rispetto al normale tendesse a far reclinare al suolo non solo le spalle e lo sguardo di chi ne calpesta la superficie ma anche i loro sogni e pensieri, sino a farli sprofondare nell'oblio, richiamo ineludibile di quei pantani ormai sepolti.
Ogni passo in aperta campagna, appena si varca la soglia del cemento cittadino , si fa stranamente pesante: i fantasmi degli acquitrini ormai bonificati ti reclamano nel loro sottomondo, agli stivali si avvinghiano argille tenaci e collose che ti trascinano al suolo, rubandoti al cielo.
E così fu anche quella mattina dove il fango e la molta sembravano impastarsi con lo scorrere stesso del tempo, rallentandone persino il corso.
I miei passi, assorti nei loro pensieri, stavano per arrivare, senza che nemmeno me ne accorgessi, in prossimità del vecchio Eridano, moribondo patriarca di una natura torturata e martoriata da umani perversi, trasformatisi da giardinieri della Terra ad aguzzini implacabili: lo avevano umiliato e abbruttito sino a renderlo pallida ombra di se stesso. Era un miracolo che fosse ancora vivo, instancabile portavoce di una religione eretica e perseguitata, quella della Vita e della Bellezza.
Erano rimaste solo le sue sabbie grigio-dorate a donargli tenere carezze: lo circondavano in un perenne abbraccio e ne assorbivano le lacrime, anch'esse, come le sue correnti, torbide e limacciose. Con un lavoro incessante di molatura ne levigavano le asperità dell'animo e addolcivano le asprezze della sua condanna. 
 
Le sue sabbie, pensai, non erano poi così dissimili da quelle di un deserto: scoprivanoo e ricoprivano, incessantemente, rifiuti e tesori; le une mosse dalle piene stagionali, le altre dai venti e dalle tempeste. Un giocare a nascondino continuo, dove antiche rovine e memorie di ere remote affioravano, scomparivano e riapparivano, seguendo i capricci di qualche Djin del sottosuolo. In effetti le enormi spiagge generate dalle anse del Po erano proprio come deserti in miniatura, lande malinconiche e sperdute, frequentate da poche persone e ancor meno animali; nei mesi più freddi e nebbiosi acquisivano poi un che di spettrale, emanando un languore ed una malinconia tipici dei lidi marini invernali, quando, liberi dal chiasso e dalla ressa estiva, regalavano, a chi si accostava alle rive spumose,
l' insondabile moto perpetuo dei loro flutti.
Ma i fiumi rispetto al mare creavano terre nuove e fertili, con i lori limi rinnovavano il suolo ad ogni esondazione, trasformando radicalmente il loro corso e l'aspetto delle terre circostanti. Ogni piena modificava sensibilmente le spiagge, rendendone spesso irriconoscibile il volto ed aggiungendo sempre uno strato di pelle nuova, disseminata di antichi reperti che attendevano solo di essere scoperti. Era una piccola soddisfazione, per gli esploratori cittadini, sentire l'ebrezza di calpestare terre sconosciute ed inesplorate; sul cui suolo rinnovato, mai toccato da piede umano, giacevano sparpagliate immondizie contemporanee a fianco di reperti fossili e archeologici. Come se il Po, con il suo scavare e rimestare incessante fosse uno spontaneo portale tra l'oggi e il passato, una liquida clessidra che continuava a rovesciarsi, mescolando alla rinfusa il presente con i ricordi più remoti della storia e della preistoria.

Man mano che mi avvicinai all'acqua, percepii nell'aria una frescura minerale, frizzante e tersa, odorava di piccoli cristalli guizzanti. L'agitazione e lo scontro, dovuti alla corrente, tra le molecole d'acqua e le ghiaie emanavano nell'aria come un polline minerale vibrante di elettricità, donando un odore particolare e gradevole all'atmosfera circostante. E' incredibile come il grande fiume fosse riuscito a mantenere questa dignità, questa luminosità olfattiva nonostante l'accanimento con il quale veniva costantemente sfregiato e sfigurato.
Continuai a camminare tentando d' immaginare come dovesse essere stato fino a non molto tempo fa quel fiume: possente, libero, fiero e solitario come un condottiero, ma anche madre accogliente per miriadi di rivoli e corsi d'acqua minori.
Ormai non distavo molto dal suo letto, guardandomi intorno mi accorsi che la sabbia si confondeva con l'orizzonte, lontano lontano, sembrava non finire mai.
Rimasi ammaliato dalla vastità di quelle rene, la monotonia e la piattezza del panorama erano rotte soltanto da fulmini e saette nere, che, come impietrite, emergevano dal terreno anzichè trafiggere il cielo. Mi sentii unico superstite nel mezzo di un campo di battaglia antidiluviano: quelle saette ricordavano gli arti e i corpi straziati e sofferenti di soldati titanici; affioravano dalla sabbia nelle posizioni più contorte e grottesche, come nelle affollate e intricate incisioni di Dorè di un qualche girone infernale.
In realtà erano enormi tronchi rugginosi, screpolati e secchi, o rami neri di carbone e tannini, testimonianze di esondazioni più o meno recenti: alcuni risalivano a pochi anni or sono ed erano perfettamente riconoscibili e famigliari, ad altri si poteva dare una manciata di secoli; pochissimi ma splendidi, infine, risalivano a svariati millenni or sono ed erano ormai trasfigurati, neri come la pece e duri come pietre.
 Provenivano dai boschi planiziali del primo Olocene, quando la nostra pianura era coperta da foreste monumentali e al posto di pannocchie di mais si innalzavano torri e guglie di alberi secolari, alti decine e decine di metri.
Tutti quei tronchi, ceppi e radici capovolte, sparpagliati a caso come fossero gettati al suolo da una indovina in cerca di premonizioni,
 sembrava quasi non volessero decomporsi e tornare humus per nutrire il mondo, anime perse e senza pace, che si rivoltavano contro il ciclo naturale delle cose e desideravano a tutti i costi rimanere sì sulla terra ma senza terra diventare, bramosi d'immortalità come oscuri negromanti, destinati un giorno a diventare fossili, a pietrificarsi, a non lasciare mai più questo mondo. Chissà, forse anche loro avevano peccati da espiare, quali segrete e misteriose pene stavano mai scontando?
Tra quei legni litici, torvi e pieni di nodi ve n' era uno in lontananza che catturò la mia attenzione per il profilo inusuale, sembrava una persona accovacciata, anzi inginocchiata, come se stesse pregando. Proprio come quella pietra suggestiva fotografata sulla superficie di Marte.
Realtà o miraggio? Uomo o vegetale? Amico o nemico? Queste domande istintive tamburellavano con ritmo serrato nella mia mente, sentii le tempie pulsare e una serpeggiante paura mi stava inchiodando al muro del dubbio. Mentre valutavo la mia prossima mossa, l'improvviso e acuto richiamo di un gabbiano mi venne in soccorso e mi scosse da quel letargo d'indecisione.
Proseguii con circospezione, per non disturbare il raccoglimento di quell'essere, qualunque cosa fosse. Mi bloccai e mi irrigidii nuovamente, stavolta non per la paura ma per una lucida meraviglia. Diamine, esclamai dentro di me, giunto ad una distanza tale da poterne ben giudicare la natura: “Altro che radice o fusto d'albero, quello è proprio un uomo: vecchio, ossuto e nodoso come un ceppo coronato di funghi, coperto di vesti scure, oltre che di una veste impalpabile di solenne regalità.
Ma che stava facendo? Stava davvero pregando? Qui? In mezzo al nulla? Che tempio o cimitero si poteva mai celare in un posto simile ?”
Pensai che i miei passi, attutiti dalla soffice superficie, non avrebbero di certo disturbato il religioso silenzio di quella strana scena. Tentai allora di avvicinarmi alle spalle di quell'essere: non avevo compiuto nemmeno il primo passo quando una voce flebile e roca iniziò a parlami, senza voltarsi, senza alzarsi in piedi.
Vieni, tenero fuscello, vieni a vedere come si diventa possente fusto”.
Nemmeno allora si mosse di una virgola, sollevò soltanto la mano destra e la tenne immobile, più per intimare un alt che come segno di saluto. Poi la calò pacatamente al suolo ed iniziò ad accarezzare la sabbia, a spazzarla via; dopo pochi istanti s'intravvide qualcosa, una macchia scura, bruciata da innumerevoli soli spietati: era uno di quei resti legnosi screpolati e assetati, con il segreto desiderio di germogliare ancora e rinverdire per l'ultima primavera.
Iniziarono a vedersi dei bordi, una forma, pareva una porticina o uno sportello, che impediva alla sabbia di germogliare in ciò che esso proteggeva.
Sollevò con le sue mani possenti quel macigno ligneo ed apparì un vuoto, un antro famelico di luce.
Entra !” Proferì deciso, in tono ieratico, come se si stesse celebrando un rito d'iniziazione al quale nessuno mi aveva invitato.
Io osai solo avvicinarmi di un passo, allungando il collo, per sbirciare meglio quella sorpresa inaspettata, quella tana del mistero. Non ebbi nemmeno l'ardore di guardare in volto quello strano eremita per studiarne i lineamenti.
Entra !” Sempre più imperioso, “Ma ricordati! Là dentro ti attende un buio senza nome: non troverai nè torce da accendere, nè finestre da aprire, solo i tuoi sensi e la tua luce interiore potranno guidarti”.
Entra!” Esclamò per la terza volta.
Entrai.
La forza di quella voce, di quell' imposizione, fu più di un ordine, fu più di un comando. Era semplicemente il solo ed unico motivo per il quale ero arrivato fin lì. In un certo senso quella voce non era dell' anziano, era la mia. Io stesso mi ero chiamato, io stesso mi ero invitato, chissà quanti secoli prima, per raggiungere quel luogo. Non potevo far altro che ubbidirmi.
C'è una forza speciale, non ancora censita dalla scienza, che aleggia come fine nebbiolina sulle terre molli e grasse della Pianura Padana, ancora intrisa, nel profondo ventre dei suoi campi fertili e verdi, degli umori di paludi antichissime e impenetrabili.