sabato 11 ottobre 2014

n.1

Cabalisti e giocolieri
si cimentano sulla scena del mondo
calpestando come formiche
i passi della povera gente.
Anfratti di bile s'irrigidiscono
e si fanno crisalidi di ulcere e tempeste.
Castone perfetto per il mignolo di sadici e potenti.

venerdì 10 ottobre 2014

Parco del Morbasco, Cremona. Osservazioni entomologiche e non solo.

Alle porte di Cremona, Tra l'acciaieria Arvedi e Cavatigozzi,  vi è un angolo di natura quasi incontaminata (almeno per i nostri standard):  salici centenari, pioppi maestosi  e pregevoli ontani svettano su un terreno paludoso  estremamente morbido, spesso torboso. Di difficile percorribilità dall'uomo, dato che in certi tratti si affonda fino alle ginocchia, è riuscito a mantenersi, proprio per la sua natura paludosa, quasi intatto fino ai giorni nostri.

E' una striscia larga pochissime decine di metri ma che in lunghezza raggiunge il chilometro, protetta sul lato Nord da una notevole scarpata alta  anche 5/6 metri che rappresenta un antico terrazzamento fluviale del Po. A Sud invece  l'area è delimitata dal  Morbasco, corso d'acqua naturale e in certi punti ancora meandriforme, nonostante sia stato rettificato e canalizzato sin dal Medioevo, la cui sorgente originaria non è mai stata individuata con precisione ( per approfondire l'argomento si veda in fondo la bibliografia).


 La curiosità per questa zona, che già conoscevo per fama grazie alle indicazioni degli amici naturalisti cremonesi, raggiunse l'apice quando, percorrendo la strada limitrofa in automobile, il giorno 15 Marzo 2014, notai delle grandi macchie gialle, un pò troppo grandi per essere le fioriture dell'immancabile favagello.
Favagello o Ranunculus ficaria, onnipresente nelle nostre campagne sul finir dell'inverno.
 

 Sceso dall'auto e attraversato il Morbasco sopra un enorme tronco crollato, mi ritrovo davanti  quello che possiamo definire un vero e proprio fiore all'occhiello naturalistico del cremonese: una sgargiante stazione di Caltha palustris, fiore rarissimo per la pianura, più tipico delle torbiere montane, si incontra infatti facilmente sull'Appennino piacentino o nella fascia prealpina.
Questa stazione dell'area Arvedi, risulta, tra l'altro, essere la principale e la più rigogliosa di tutta la provincia di Cremona (com. pers. Bonali).

Caltha palustris circondata  da Carex sp. Sullo sfondo platani e robinie dominano la scarpata e la zona più asciutta.

Caltha palustris, Parco del Morbasco, Cremona, Marzo 2014



 Metà Marzo non è certo l'ottimale per un'escursione naturalistica: oltre la Caltha vi è ben poco da osservare, almeno nel mondo vegetale. Si poteva notare però un certo brulichio di vita "minore" sulle foglie e gli steli della Caltha. Si tratta di certi insettini, sui 7 mm, con delle gradevoli bande colorate di nero e arancio, che, fotografati e inseriti su un apposito sito di specialisti, sono stati determinati come Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758). Qui è d'obbligo un ringraziamento a
L'unica descrizione della specie trovata online è inserita in un censimento entomologico di un'area umida della Toscana:
Ricerche sulla Coleotterofauna delle zone umide della Toscana.
VI. Piana di Guasticce - Livorno
(Coleoptera)
di : Arnaldo Bordoni, Saverio Rocchi e Silvio Cuoco, scaricabile a questo indirizzo: http://storianaturale.comune.fe.it/modules/core/lib/d.php?c=iOVY4 

Dove il phellandrii è così descritto:

Prasocuris phellandrii (Linné, 1758)
Specie fortemente igrofila, strettamente legata agli ambienti palustri, ove vive
su alcune Ombrellifere ma anche sulla Ranuncolacea Caltha palustris, come riportato
da MÜLLER (1953). La si può raccogliere sia falciando la vegetazione idrofitica che
muovendo bruscamente le piante sulle quali vive e ripescando poi gli esemplari caduti
nell’acqua. In Toscana non è rarissima, ma molto localizzata; già segnalata per
Ricerche sulla Coleotterofauna delle zone umide della Toscana. Piana di Guasticce - Livorno (Coleoptera), i Paduli di Fucecchio (BORDONI, 1995) e di Bientina (BORDONI & ROCCHI, 2003). In PAVAN(1992) risulta inserita fra le specie minacciate.


Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758), accoppiamento su Caltha palustris (Linneus,1753). Si notino gli esemplari sporchi di fango, residuo del loro rifugio invernale nel sottosuolo. Cremona, Marzo 2014

Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758) Cremona, Marzo 2014.

Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758) Cremona, Marzo 2014.

Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758), accoppiamento su Caltha palustris (Linneus,1753). Si notino gli esemplari sporchi di fango, residuo del loro rifugio invernale nel sottosuolo. Cremona, Marzo 2014


esemplare di Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758) predato da un ragno. Cremona, Marzo 2014.




Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758), accoppiamento su Caltha palustris (Linneus,1753). Si notino gli esemplari sporchi di fango, residuo del loro rifugio invernale nel sottosuolo.Cremona, Marzo 2014.



Prasocuris phellandrii (Linnaeus, 1758), allo stereomicroscopio. Cremona, Marzo 2014.

Questo elegante  e raro crisomelide risulta quindi elemento di sicuro interesse anche per la nostra provincia, le cui aree umide sono sempre meno e sempre più degradate.

Molto meno abbondante ma ancor più appariscente e gradevole alla vista, è quest'altro crisomelide, intorno al cm di lunghezza, ritrovato sempre sulle foglie di Caltha o di Carex.
Si tratta di Plateumaris sp., genere anch'esso legato a zone umide e presente con poche specie in Italia; la più probabile in questo caso è sericea, ma devo ancora approfondire la questione allo stereomicroscopio.( Grazie a Julodis del forum FEI per l'id.)


Plateumaris sp. Parco Morbasco, Cremona, Marzo 2014

Plateumaris sp. Parco Morbasco, Cremona, Marzo 2014
 Cariceto, Parco Morbasco, Cremona, Marzo 2014






Raggiungendo invece la zona meno paludosa, insieme ai recenti tentativi di rimboschimento con essenze  arbustive, si trovano imponenti esemplari di salici cariati: l'opera di manutenzione inerente le parti morte o crollate degli alberi  ha messo in luce dei fori assai larghi e tipici di certi insetti xilofagi (mangiatori di legno) della famiglia dei Cerambicidi (insetti che possiedono spesso delle lunghe antenne).Le specie più grandi di questa famiglia esigono alberi di dimensioni notevoli, con una certa circonferenza ed età, affinchè le  larve possano concludere il loro complicato ciclo vitale, che può durare anche diversi anni.
Quelli sotto fotografati non sono altro che i segni del passaggio (e delle scorpacciate) di tali larve.
Mostrando le foto agli esperti (grazie a Maurizio Pavesi per l'id) e tenendo conto dell'essenza arborea (salice) è probabile che appartengano alla specie Aegosoma scabricorne, ancora relativamente comune nella nostra provincia perchè uno dei cerambicidi di grandi dimensione meno esigenti in termini ecologici e ambientali.
 Ovviamente non è possibile avere una certezza assoluta sull'inquilino senza poter osservare le larve, sicuramente ancora presenti nel legno vivo, o senza poter assistere al magico momento della fuoriuscita dell'esemplare adulto, che apparirebbe così:
Aegosoma scabricorne, San Bassano CR, Luglio 2013, 50 mm antenne escluse.

Aegosoma scabricorne, San Bassano CR, Luglio 2013, 50 mm antenne escluse.




Segni di gallerie lasciati  da  un cerambicide xilofago su salice, probabilmente Aegosoma scabricorne

Segni di gallerie lasciati  da un cerambicide xilofago su salice, probabilmente Aegosoma scabricorne

catasta di legna correttamente lasciata sul posto presso il Parco del Morbasco,Cremona

.











E' importantissimo lasciare sul posto la legna tagliata così come gli alberi morti o morenti proprio per offrire materia prima ad una miriade di insetti e ad altri rappresentanti della fauna minore che in essi trovano rifugio e nutrimento. Il rischio di estinzione o la scomparsa a livello locale di certe specie di insetti xilofagi è proprio legata alla mancanza di alberi di grandi dimensioni ed alla raccolta di legname a discapito di piante morte o morenti.
La grande quantità di rami e detriti vegetali mi ha spinto ad alzare alcune cortecce alla ricerca di animali che lì sono soliti rifugiarsi.


Sotto una corteccia appare una chicciola: Discus rotondatus  e due limacce o Limax (la specie è Marradi o Dacampi)

Sotto quest'altra corteccia spunta un grosso elateride che sta svernando in attesa della piena Primavera. Si chiama Lacon punctatus (grazie ad Anostirus del forum FEI)

Lo stesso insetto della foto precedente ripreso dal ventre, la postura ricorda vagamento quella di una mummia o di un sarcofago egizio.


Anche i grandi funghi legnosi presentano una fauna  specializzata, si noti qust'assembramento e i fori scavati da questi insetti.


Concludo questa escursione virtuale con una serie di scatti panoramici.
 Mancano purtroppo le foto ai micro ambienti più interessanti: le risorgive, sgorganti dalla base dell'antica scarpata, creano dei minuscoli ruscelli, le cui sponde, prima che le loro acque sfocino nel Morbasco, ospitano bellissimi ontani,  sparute felci e morbidi cuscini di muschio. Il tutto ci lascia la suggestione di star percorrendo boschi antichi e relitti lasciandoci intravedere come dovevano essere le enormi foreste igrofile che ricoprivano un tempo  parte della Pianura Padana.
Alla prossima occasione non mancherò di ritrarre queste ulteriori particolarità del paesaggio cremonese.













lunedì 6 ottobre 2014

Il Rinascimento italiano nel palmo di una mano



Le sabbie del Po non sono poi così dissimili da quelle di un deserto, scoprono e ricoprono, incessantemente, rifiuti e tesori, le une mosse dai flutti della corrente, le altre dai venti e dalle tempeste. E' un giocare a nascondino continuo, dove antiche rovine compaiono, scompaiono e riappaiono, seguendo i capricci di qualche djin del deserto; noi, sul Po, ci accontentiamo di antichità più modeste ma altrettanto affascinanti e piene di storia: emergono, ogni tanto, dalle ghiaie più sottili, delle minuscole cupole, piccole collinette di terracotta, rimaste sepolte nel letto del fiume per secoli: aspettano, come una vanitosa conchiglia marina, che qualcuno le giri e le raccolga per ammirarle.







Chiunque abbia mai avuto la fortuna di imbattersi in questi lisci seni d'argilla, avrà scoperto, spero con somma meraviglia, delle vere e proprie opere d'arte in miniatura, un'esplosione di colori e segni variopinti. Si tratta infatti, di ciotole, piatti e scodelle che risalgono al Rinascimento italiano, nel loro piccolo degli autentici capolavori.
Se guardiamo le produzioni precedenti, ovvero le monotone (da un mero punto di vista cromatico) stoviglie romane o del primo medioevo e quelle successive, ovvero le maioliche del '600 e le porcellane del '700,per non parlare delle produzioni industriali dell'800 e del '900, rimarremo stupiti dal declino che via via si osserva: ci saranno sempre figure e decorazioni ma perderanno
 
irremediabilmente quel “carisma” e quel vigore tipici del Rinascimento. Il procedere dei secoli, con l'avvento di economie commerciali ('600) e poi industriali('700) ha tranciato via ogni bellezza, tranne che per una strettissima minoranza di persone, per naufragare verso '800 in produzioni dove un qualsiasi decoro manuale sarebbe stato un lusso smisurato ed una perdita di tempo colossale per raggiungere una produzione di massa. Non c'è scampo, il tempo si lega sempre più indissolubilmente con il dio denaro, fino ad arrivare all'attuale piatto bianco (e vuoto, per molti).
L'estro, la vivacità delle tinte e la modernità dei decori tipici di questo stile particolare, sicuramente di ispirazione orientale, rimane quindi confinato, grossomodo, tra il '400 e il '500.
Addirittura, alcune di queste stoviglie, che spesso erano di banale uso casalingo e quotidiano, nulla hanno da invidiare all'arte astratta o liberty del XX secolo. Sono di una modernità impressionante, come spero possiate comprendere dalla foto sotto riportata.




Solitamente, in quel mare caldo di chicchi dorati in attesa di attecchire, si ritrovano solo i fondi delle ciotole e dei piatti, dove vi è raffigurato il disegno principale e più caratteristico.
Queste terracotte, dunque, da un lato, quello esterno, sono di un bel color mattone, lisciate dalle innumerevoli carezze delle correnti fluviali e da infiniti bagni di sabbia, all'interno invece è un tripudio di motivi floreali, disegni simbolici e stilizzati, persino volti e paesaggi, il tutto esaltato da verdi e gialli brillanti, aranci bruniti, azzurri e viola intensissimi, persino dopo 500 anni. 
Infatti un'altra peculiarità di questi reperti è il fatto che i disegni, incisi, e i colori, di derivazione minerale, sono protetti da un sottile strato detto vetrina, una pellicola sottilissima di vetro fuso che li protegge per secoli e secoli, lasciandoli, sino al momento del ritrovamento, freschi e brillanti come se fossero stati appena sfornati.
 
Chi avesse la fortuna di possederne anche solo un frammento (ma si trovano anche interi nel mercato antiquario), è come se avesse fra le mani una stilla del genio di un Leonardo o un Raffaello perchè persino il più umile artigiano, in quel secolo d'oro, ha attinto a quella misteriosa forza creatrice di inaudita bellezza e vigore artistico, come se un misterioso influsso astro-chimico quale il passaggio di una stella comete o l'esplosione di una super nova avesse fatto piovere letteralmente dal cielo raggi di inspirazione e creatività.
Un periodo dell'umanità davvero benedetto e particolare: godete dunque di quei frammenti carichi
 delle più alte energie e vibrazioni come di qualcosa di unico ed irripetibile.

Frammento di ceramica graffita del XVI sec, produzione lombarda, colori: azzurro-cobalto,giallo-ferraccia, verde-ramina, viola-manganese. La decorazione rappresenta un fiore a calice che può essere interpretato anche come calice/vaso, simbolo di fecondità. Il testo La ceramica graffita del Rinascimento tra Po, Adige e Oglio a pag. 322( vedi bibliografia in fondo all'articolo) mostra esemplari molto simili, anche di produzione cremonese e si ipotizza che il vaso/calice fiorito possa simboleggiare anche il sacro Graal, dato che secondo una leggenda Longino avrebbe raccolto il sangue di Gesù ai piedi della croce per poi portarlo a Mantova, dove si venera in Sacri Vasi custoditi nella basilica di S. Andrea.


Briciole di bibliografia locale 




La Ceramica graffita del rinascimento tra Po adige e Oglio ,Munarini Michelangelo, 1998, Belriguardo,Ferrara

Hic Est Bonum Comedere. Stoviglie e Vettovaglie Rinascimentali di una Guarnigione di Pizzighettone, Pitcher Passi, Lynn,Pizzighettone,2005


Manerbio: storia e archeologia di un comune della pianura bresciana
Museo civico, 1995


Ceramiche della pianura bresciana dal XV al XVIII secolo: tecniche, forme e decori : il caso di Manerbio e di Remedello  Genesio Beltrami Treccani, Maria Gabriella Mori
Tipolitografia Endi, 2004


domenica 5 ottobre 2014

L'argine "Maestro" del fiume Po. Un omaggio ai Roerich.


Premessa 1: gli aforismi che troverete all'interno del racconto sono un omaggio alla mitica famiglia Roerich. Sulla rete potrete approfondire la loro vita e le loro opere.

Premessa 2 : il racconto é  ambientato a Sommo Con Porto, frazione di S. Daniele Po. Tutte le foto provengono dalla zona di Sommo ma non sono necessariamente inerenti al testo. 

Non ricordo nemmeno io cosa mi avesse spinto, quel giorno di inizio primavera, a vagare,  sperso nel bel mezzo della Pianura padana, sugli argini della golena, scogliere di silenzio intrise dalla marea notturna della rugiada.
Gli argini, in queste lande di torpore, emergono quasi come roccaforti dal piattume imperante: svolgono la funzione di vere e propre isole rifugio dove accorrono tutti gli ultimi colori e profumi della bassa, per non farsi ingoittire e spegnere dall'ondata devastatrice dell'agricoltura intensiva. Sono infatti oasi di sopravvivenza per i fiori spontanei della nostra pianura, cancellati in qualsiasi altro luogo da mais, cemento e fossi ricolmi di acque putride.
Queste ultime sono la palese conseguenza del nostro abuso di derivati di vacche e maiali, le cui feci e urine, data la sovrappopolazione, hanno reso le nostre acque interne, fino a pochi decenni fa limpide e piene di vita, una fogna a cielo aperto, priva di quasi ogni forma vivente.
Dall' argine, distante circa un km dal corso principale del Po, potevo constatare ancora meglio il degrado e la miseria delle nostre campagne, squallide quanto le  favelas dei paesi in via di sviluppo.

Lo stavo percorrendo convintissimo di essere l'unico a  passeggiare in un luogo così remoto, anche i colpi degli ultimi cacciatori sembrarono silenziati da strati di foschia e languore. Eppure, a meno che il fresco mattutino  avesse generato miraggi come il calore infuocato di un deserto, mi parve di scorgere un uomo, proprio davanti a me, a poche decine di metri, percorrere l'argine in direzione opposta alla mia. Un vecchietto straniero, d'aspetto orientale, forse uno dei tanti sik che lavoravano nelle cascine abbandonate dai nostri nonni; eppure non portava il tipico turbante. Mi ricordò vagamente, come fisiognomia, un Tiziano Terzagni, ma in miniatura, data la mole minuscola.
Era del tutto immerso nella lettura di un libricino piccolo piccolo, che, tenuto con una mano sola, pareva assorbisse tutti i suoi pensieri, che, ne sono sicuro, stavano combattendo contro l'apatia e la sonnolenza di cui la stessa aria era impregnata.
La sensazione immediata che provai per quell'omino fu di grande affinità e simpatia, fosse stato lì anche per scopi opposti ai miei, fosse arrivato anche dal paese più lontano dalla Terra, non poteva essere che risonante con me se in quel preciso istante aveva scelto di essere in un posto così particolare e tanto poco frequentato.
L'orologio della sincronicità batte sempre l'ora esatta.
 Lo sentii come un fratello: entrambi vagavamo su quel nastro di terra sopraelevato, sognando di chissà quali vette sacre avvolte da aria purissima e limpida, cercando a modo nostro di emergere un poco dall'atmosfera pesante e opprimente che ci circondava.



Senza che me ne accorgessi, appena il nostro sguardo si incrociò, scaturiva già  una conversazione scarna e asciutta come i nostri fisici:

“Sei un amico di Dio?”
Non chiedetemi come mi uscirono queste parole dalle labbra perchè non ne ho la più pallida idea, mi sentii come se stessi leggendo un copione segreto e predestinato.

“ Si!, sono un amico dell'Uomo.”

“ Cosa stai leggendo ?”

“ Il Libro della Natura.”

“Davvero? E di cosa parla?”

“ Non parla, tace.” E sorrise, irradiando un calore straordinario,  mi guardò intensamente, come se quella fosse la frase centrale di tutta la conversazione, anzi, di tutte le conversazioni possibili.

Poi pose il libricino, chiudendolo, sul palmo della mano e ci soffiò sopra, come fosse stato un soffione di tarassaco. Vidi volare via le paginette, sottili e leggere, sospinte a mezz'aria da un refolo di vento per poi volatilizzarsi nel nulla come bolle di sapone, sparite all'improvviso in un guizzo di luce soffusa, come un piccolo fuoco fatuo.
Sorrise nuovamente e proseguì, camminando placido e lento, senza proferir parola, come se nulla fosse successo.
Rimasi li imbambolato, non mi girai nemmeno per seguire o salutare quell'enigmatico personaggio.
Con la coda dell'occhio ero riuscito, più o meno, a seguire la traettoria delle pagine svolazzanti, cercai allora di avvicinarmi al luogo in cui le vidi, una dopo l'altra, dissolversi in sostanza luminosa.
Scesi dall'argine per raggiungere il punto dove mi parve si fosse dileguata nell'etere la più vicina.
Mi misi alla ricerca di qualsiasi indizio o traccia eventualmente lasciato da quella sorta di “lucciola parlante” ma non riuscii a trovare proprio nulla, finchè non mi imbattei in un vecchio badile sgangherato conficcato nella terra, reliquia di una civiltà pressochè scomparsa, ormai pezzo archeologico.
Mi accorsi subito che sul manico era inciso un messaggio a fuoco, come fosse pirografato; lo sfiorai, era ancora tiepido:

Le mani sporche di Terra saranno sempre pulite e terse di Cielo.

La seconda paginetta ero convinto fosse avvampata in una scia luminosa, come ultima favilla di un fuoco artificiale, nei pressi di un vasto specchio d'acqua.

Mi avvicinai eccitato ad una lanca, antico ramo del Po rimasto orfano del suo nobile padre, circondata da pioppeti e coltivazioni intensive che mettevano a repentaglio la sua portata idrica, rischiando di farla seccare o umiliarla a poco più di una pozzanghera. Non è certo un segreto che in tutta la Pianura Padana, a causa dell'immenso disboscamento e delle pratiche agricole scellerate, la falda acquifera si sta abbassando sempre più, rifugiandosi nelle profondità della Terra.
Come a voler esorcizzare questi oscuri presagi, mi diressi verso i maestosi salici che ancora ornavano le sue sponde, guardiani ormai stanchi e cariati di quell'area umida, per sollevare i lembi delle loro cortecce; il nascondiglio classico, come ogni entomologo sa, di certi bellissimi coleotteri, dalla corazza lucente come quella di un cavaliere che sfila in parata, ma assai più variopinta e brillante.
Appena profanai quell'oscurità inviolabile, vi scorsi dei minuscoli ghirigori, ricordavano le gallerie di certi insettini che rosicchiando la superficie del legno intrecciano sulla superifice del legno  complicati disegni e geometrie, ma in questo caso si trattava di lettere e frasi:

Una spiga di grano verrà portata alla bocca, come un indice appoggiato alle labbra a richiedere silenzio. Calpestera' le lingue biforcute dei social network e delle chat. I fantasmi irreali del virtuale si discioglieranno sotto un sole dal cuore ardente che fa maturare chicchi dorati ed acini succosi. Comunicare a distanza è un potere latente dell'uomo, finchè lo riterrete possibile solo per le macchine non lo scoprirete mai.
Cercate il silenzio di un bosco, la pace di una vetta. Ma senza correre. Adeguate i vostri ritmi eccitati e frenetici al lavoro lento ma incessante della Natura.

E su quelle sponde nere e limose, dove mai nessn bambino avrebbe raccolto conchiglie per ascoltare il rumore di un mare brulicante di raganelle e girini, trovai un'iscrizione nel fango della riva, come se un piccolo bastoncino fosse stato adoperato per lasciare un monito :
Le luci artificiali, i neon, gli schermi e i riflettori, tramortiscono l'uomo ed attirano solo falene ed insetti notturni. Se potete, scaldatevi la sera dinanzi al tepore di un camino. Ogni fiamma viva è terapeutica.
La luce solare fa schiudere i fiori, umili avanguardie celesti, canti colarati della Terra e ci deterge da miriadi di tossine e batteri. Lavatevi con acqua e sole.

Recuperai il sentiero principale e mi ritrovai ben presto tra i segni inequivocabili della fervente mano umana: nelle tenere e unte zolle di terra di un campo appena arato, crepuscolo e al contempo alba di nuova vita, emergeva una macchia rossa, anch'essa terra, ma cotta, frammento di un vecchio tegolone che spuntava come un fungo dal sottosuolo.
Scritto con un gessetto bianco, in una calligrafia fanciullesca, trovai un ulteriore aforisma:

Gli accessori ultra tecnologici sono l'anticamera della sconfitta umana: presto si ambirà a possederli all'interno del  corpo e grazie al ferro e ai chips l'uomo si sentirà un super uomo ma in verità diventerà solo una super macchina. Dentro di voi c'è una bio-psico-tecnologia che nessuna mela bacata potrà eguagliare. Risvegliatela e scoprirete reami prima inimmaginabili: diventerete esseri umani.
Il pensiero è energia! In attesa di essere scovata e misurata !

Costeggiando il campo raggiunsi un bodrio, uno stagno circolare formatosi dalle esondazioni del Po, il cui moto vorticoso, una volta uscito dagli argini, trapana il terreno (in modo ancora non del tutto chiaro alla scienza), fino a trovare la falda sottostante che nutrirà il nuovo bacino idrico creatosi.
Un pallido raggio di sole, ma particolarmente concentrato, trapelò dalle nubi intente a borbottare e languire nel loro cattivo umore, sino ad illuminare un piccolo punto di quelle acque, che mi sorpresi constatare essere più limpide di quanto pensassi. Potei addirittura intravedere il fondale sul quale erano sparpagliati cocci di lumache acquatiche, madreperlacei e luminosissimi: con le loro iridescenze cangianti non mi riuscì difficile intuire che, nel loro finto disordine, erano disposti in una particolare conformazione che potei così decifrare:

L'acqua è un cristallo che fiorisce e vive, incessantemente. Ornatela di preghiere e benedizioni per abbellire la sua struttura molecolare, gioverà al vostro organismo. Anche voi siete acqua: parlate alle vostre cellule! La sapienza degli antichi va rispolverata in chiave di scienza moderna.

Prima di riprendere la ricerca mi fermai un attimo, mi venne da starnutire: gesto ormai divenuto più usuale di sospiri e sbadigli nella regione più inquinata d'Europa... Cercai allora un fazzoletto nella tasca interna della giacca, all'altezza del costato, ma mi accorsi che il candore della carta era solcato da tratti neri e sinuosi:

Il ronzio rinfrescante di api e bombi sovrasterà quello fastidioso di spine elettriche ed elettrodomestici. Il miele è come una condensa solare, nutritevene, ma ancora più importante è che sfamiate il mondo con la sua dolcezza. Siate tutti Madri instancabili, dal Cuore raggiante.

L'immancabile tonfo in acqua che avverte ogni escursionista della bassa rivelò la presenza di una nutria nel fosso che stavo costeggiando, scomparve qualche istante tra i flutti per riemergere accompagnata da un vecchio e pesante bottiglione scuro scuro, da vecchia osteria, che spinse a riva con il suo musino. L'istinto mi obbligò ad afferrarlo e portarlo all' asciutto.
Controluce pareva esserci infilato un messaggio, spaccando il vetro spesso, emerse il contenuto:

Il sudore di un uomo che lavora sotto il sole, se consapevole e grato della sua benedizione, non ha odore acre. Quello di un prigioniero di 4 stanze è già più sgradevole.
Non riducete il potere del Sole a qualche litro di acqua calda!
Chi trema dalla paura, puzzerà orribilmente; la saliva di un iracondo in preda alla rabbia o alla furia omicidia rivelerà un cluster molecolare caotico e amorfo. Studiate le secrezioni dell'uomo nelle più svariate circostanze. La base è sempre Acqua!

Un grande pioppo morto in piedi, mitragliato dai tanti insetti xilofagi e dagli affamati picchi che se ne nutrono, mi invitò ad appoggiare l'orecchio al suo legno sforacchiato: un flebile suono, lontano lontano, lento e pacato, si trasformò in voce appena appena percettibile:


Il battito del cuore cambia e rallenta, in modo benefico, in una casa costruita e arredata con legno.


Un minuscolo faro d'Alessandria, bianco nel bianco di cieli smunti e nebbie calde di lana e bambagia, l'ultimo soldato d'un battaglione ormai sterminato, un tenero bucaneve, se ne stava solitario come un minuscolo lampione contro la forza opprimente di una Notte infinita.
M'inchinai davanti a lui, come fossi devoto vassallo dinanzi ad un antico e nobile signore, tentai di percepirne il profumo, la sua fragranza mi pervase e si tramutò, passando dal naso alla mente, in un fulgido pensiero:

Tornate sui passi di Colui che osservava e amava i fiori, stimandoli più delle vesti sontuose e alla moda. Il suo era un pensiero profondamente scientifico. Circondarsi di vera bellezza cambia la vita.


Giunse il momento di fare una sosta e nutrire il mio corpo con  il più classico menu dei pranzi al sacco. Le briciole, ben presto, raccolte da svariate formiche, iniziarono ad ondeggiare e muoversi sul terreno sino a prendere una formazione ben precisa e intelligibile, che formava lettere e sintassi

Il pane è una morbida casa accogliente e profumata per ogni uomo, da millenni e in ogni continente.
Non una colla immonda che impasta palato e intestino. Se si parte da una seme degenerato, quale nutrimento apporterà all'uomo?

Un cespo di rosa canina con le sue fiammeggianti bacche, dal sapore intenso ed aromatico, attrasse il mio sguardo.
Mi lasciai graffiare dalle sue spine uncinite ed un finissimo rivolo di sangue , giunto ai mille quadrivi del palmo della mano, si contorse e deviò più volte, ramificandosi in un appello disperato:

La frutta e la verdura mature , profumano e si addolciscono per attirare le bocche dei viventi. In questo modo propagano meglio la loro semenza. Ma ditemi, cosa pensate di ottenere mischiando il vostro sangue con quello di una vacca o un maiale?

 Ormai sulla via del ritorno, utilizzai il primo scalino che mi capitò a tiro per stringere i lacci delle scarpe: il ceppo di un platano, tagliato di recente, stava stillando da quella ferita una linfa vischiosa, che come il sangue sulla mia mano, lasciò una traccia su quel taglio netto, insinuando tra i cerchi e le venature del tronco reciso parole taumaturgiche:

Tagliare un albero sarà presto un crimine, come uccidere un animale. A causa della stupidità umana si seccherà la terra e poi la vostra gola. Già ora la falda si rifugia nel profondo. Imparerete a rispettare il senso sacro e scientifico di radici e fronde. I deserti nascono sempre da un'ascia sciagurata e impunita.

Infine giunsi nuovamente sull'argine maestro, che davvero tale si rivelò: sentii riecheggiare dentro di me tutte  quelle frasi sferzanti e taglienti come epitafi, anche se mi disorientiva l'apparente disordine:, non vi era pagina da seguire, avevo accatastato alla rinfusa, nella mente e nel cuore, aforismi preziosi  senza un castone per poterli indossare come gioielli. Erano pietre grezze, di una luce intensa e particolare; non sapevo proprio a che punto fossi di quello strano racconto ma l'istinto mi fece tornare sui miei passi, fino ad arrivare allo stesso luogo in cui incontrai quello strano personaggio.
Mi sembrò riapparire per un singolo istante, avvicinandosi al mio orecchio per sussurrarmi un ultimo messaggio:

Riflettete sul fatto che il Cristo evitava appena possibile le resse delle città, quando poteva se ne stava ben lontano. È una questione di inquinamento psichico, pura chimica sottile.
Ogni uomo è come la ciminiera di una fabbrica, sbuffa incessantemente, propagandole nell'etere, nuvole e fumi, turbini di pensieri ed emozioni. Immaginatevi cosa accade nel radunarne migliaia o milioni di infima bassezza. Quella potente quanto fugace tromba d'aria all'Ilva di Taranto ne fu una piccola ma efficace manifestazione.


Compresi istantaneamente, dopo tutti quei messaggi così criptici, ciò che prima non mi era mai balenato per la testa: il perchè di tutte le mie passeggiate in quei luoghi solitari e deturpati, stagione dopo stagione, anno dopo anno.
Se qualcosa mi insegnarono quelle affermazioni lapidarie, così scarne ma dense di significato, fu sicuramente che chiunque ama quello che fa e lo fa con estrema consapevolezza, trasforma anche il gesto più umile e banale in trionfo e realizzazione; così, il camminare negli stessi luoghi, lascia una scia invisibile, una stratificazione di pensiero, una patina magnetica che carica quella terra con le nostre attenzioni amorevoli, con il nostro godimento nell'osservarne le bellezze naturali. Sono quelle terre che ci chiamano e ci chiedono di seminare su di loro sguardi amorevoli ed attenti, come fossero balsamo curativo. Lo sguardo dell'uomo, così come il piede ed il suo pensiero, lasciano un'impronta specifica ed indelebile.
Passo dopo passo, cerchiamo di nutrire con occhi aperti, cuore ardente e mente focalizzata ciò che vediamo sofferente intorno a noi, è il nostro compito, di giardinieri e custodi.
Magnetizzate i sentieri con le vostre benedizioni sussurrate, con i vostri canti di gioia, con le vibrazioni delle vostre emozioni; la natura se ne nutrirà e ne trarrà giovamento. Fate sentire alla Terra il rintocco dei vostri passi.
Esercitatevi, mentre passate, a gettare semi e parole garbate, come un contadino fiducioso, sulle povere terre schiacciate dall'avidità umana o dalla trascuratezza delle persone.
Nel profondo Cilento, un uomo del posto, indigeno autentico, raffrontava due piante di fico all'interno di un uliveto scosceso, l'una in posizione comoda e facilmente raggiungibile, l'altra più isolata e quindi meno abituata alla presenza umana.
Vedi come è vigoroso e carico di frutti questo fico? Si sente amato, desiderato, e' circondato da persone che gli vogliono bene e vengono a trovarlo tutti i giorni, ecco perchè è così florido e possente.
Quello laggiù invece, non va a trovarlo mai nessuno, di conseguenza non ha quasi alcun frutto, è triste e rachitico, è meno in salute...”


Con mani e piedi umani, con mani e piedi umani si costruirà la nuova Terra.
I segni del Cristo, Nicolas Roerich, 1924