mercoledì 17 giugno 2015

Amato Eridano, parte I di III





C'è una forza speciale, non ancora censita dalla scienza, che aleggia come fine nebbiolina sulle terre molli e grasse della Pianura Padana, ancora intrisa, nel profondo ventre dei suoi campi fertili e verdi, degli umori di paludi antichissime e impenetrabili.
Una forza, ma in realtà una debolezza, un'inerzia atavica, dove le mani e le tasche dei suoi abitanti sono in perenne fermento ma lo spirito langue e poltrisce. Come se
una gravità doppia rispetto al normale tendesse a far reclinare al suolo non solo le spalle e lo sguardo di chi ne calpesta la superficie ma anche i loro sogni e pensieri, sino a farli sprofondare nell'oblio, richiamo ineludibile di quei pantani ormai sepolti.
Ogni passo in aperta campagna, appena si varca la soglia del cemento cittadino , si fa stranamente pesante: i fantasmi degli acquitrini ormai bonificati ti reclamano nel loro sottomondo, agli stivali si avvinghiano argille tenaci e collose che ti trascinano al suolo, rubandoti al cielo.
E così fu anche quella mattina dove il fango e la molta sembravano impastarsi con lo scorrere stesso del tempo, rallentandone persino il corso.
I miei passi, assorti nei loro pensieri, stavano per arrivare, senza che nemmeno me ne accorgessi, in prossimità del vecchio Eridano, moribondo patriarca di una natura torturata e martoriata da umani perversi, trasformatisi da giardinieri della Terra ad aguzzini implacabili: lo avevano umiliato e abbruttito sino a renderlo pallida ombra di se stesso. Era un miracolo che fosse ancora vivo, instancabile portavoce di una religione eretica e perseguitata, quella della Vita e della Bellezza.
Erano rimaste solo le sue sabbie grigio-dorate a donargli tenere carezze: lo circondavano in un perenne abbraccio e ne assorbivano le lacrime, anch'esse, come le sue correnti, torbide e limacciose. Con un lavoro incessante di molatura ne levigavano le asperità dell'animo e addolcivano le asprezze della sua condanna. 
 
Le sue sabbie, pensai, non erano poi così dissimili da quelle di un deserto: scoprivanoo e ricoprivano, incessantemente, rifiuti e tesori; le une mosse dalle piene stagionali, le altre dai venti e dalle tempeste. Un giocare a nascondino continuo, dove antiche rovine e memorie di ere remote affioravano, scomparivano e riapparivano, seguendo i capricci di qualche Djin del sottosuolo. In effetti le enormi spiagge generate dalle anse del Po erano proprio come deserti in miniatura, lande malinconiche e sperdute, frequentate da poche persone e ancor meno animali; nei mesi più freddi e nebbiosi acquisivano poi un che di spettrale, emanando un languore ed una malinconia tipici dei lidi marini invernali, quando, liberi dal chiasso e dalla ressa estiva, regalavano, a chi si accostava alle rive spumose,
l' insondabile moto perpetuo dei loro flutti.
Ma i fiumi rispetto al mare creavano terre nuove e fertili, con i lori limi rinnovavano il suolo ad ogni esondazione, trasformando radicalmente il loro corso e l'aspetto delle terre circostanti. Ogni piena modificava sensibilmente le spiagge, rendendone spesso irriconoscibile il volto ed aggiungendo sempre uno strato di pelle nuova, disseminata di antichi reperti che attendevano solo di essere scoperti. Era una piccola soddisfazione, per gli esploratori cittadini, sentire l'ebrezza di calpestare terre sconosciute ed inesplorate; sul cui suolo rinnovato, mai toccato da piede umano, giacevano sparpagliate immondizie contemporanee a fianco di reperti fossili e archeologici. Come se il Po, con il suo scavare e rimestare incessante fosse uno spontaneo portale tra l'oggi e il passato, una liquida clessidra che continuava a rovesciarsi, mescolando alla rinfusa il presente con i ricordi più remoti della storia e della preistoria.

Man mano che mi avvicinai all'acqua, percepii nell'aria una frescura minerale, frizzante e tersa, odorava di piccoli cristalli guizzanti. L'agitazione e lo scontro, dovuti alla corrente, tra le molecole d'acqua e le ghiaie emanavano nell'aria come un polline minerale vibrante di elettricità, donando un odore particolare e gradevole all'atmosfera circostante. E' incredibile come il grande fiume fosse riuscito a mantenere questa dignità, questa luminosità olfattiva nonostante l'accanimento con il quale veniva costantemente sfregiato e sfigurato.
Continuai a camminare tentando d' immaginare come dovesse essere stato fino a non molto tempo fa quel fiume: possente, libero, fiero e solitario come un condottiero, ma anche madre accogliente per miriadi di rivoli e corsi d'acqua minori.
Ormai non distavo molto dal suo letto, guardandomi intorno mi accorsi che la sabbia si confondeva con l'orizzonte, lontano lontano, sembrava non finire mai.
Rimasi ammaliato dalla vastità di quelle rene, la monotonia e la piattezza del panorama erano rotte soltanto da fulmini e saette nere, che, come impietrite, emergevano dal terreno anzichè trafiggere il cielo. Mi sentii unico superstite nel mezzo di un campo di battaglia antidiluviano: quelle saette ricordavano gli arti e i corpi straziati e sofferenti di soldati titanici; affioravano dalla sabbia nelle posizioni più contorte e grottesche, come nelle affollate e intricate incisioni di Dorè di un qualche girone infernale.
In realtà erano enormi tronchi rugginosi, screpolati e secchi, o rami neri di carbone e tannini, testimonianze di esondazioni più o meno recenti: alcuni risalivano a pochi anni or sono ed erano perfettamente riconoscibili e famigliari, ad altri si poteva dare una manciata di secoli; pochissimi ma splendidi, infine, risalivano a svariati millenni or sono ed erano ormai trasfigurati, neri come la pece e duri come pietre.
 Provenivano dai boschi planiziali del primo Olocene, quando la nostra pianura era coperta da foreste monumentali e al posto di pannocchie di mais si innalzavano torri e guglie di alberi secolari, alti decine e decine di metri.
Tutti quei tronchi, ceppi e radici capovolte, sparpagliati a caso come fossero gettati al suolo da una indovina in cerca di premonizioni,
 sembrava quasi non volessero decomporsi e tornare humus per nutrire il mondo, anime perse e senza pace, che si rivoltavano contro il ciclo naturale delle cose e desideravano a tutti i costi rimanere sì sulla terra ma senza terra diventare, bramosi d'immortalità come oscuri negromanti, destinati un giorno a diventare fossili, a pietrificarsi, a non lasciare mai più questo mondo. Chissà, forse anche loro avevano peccati da espiare, quali segrete e misteriose pene stavano mai scontando?
Tra quei legni litici, torvi e pieni di nodi ve n' era uno in lontananza che catturò la mia attenzione per il profilo inusuale, sembrava una persona accovacciata, anzi inginocchiata, come se stesse pregando. Proprio come quella pietra suggestiva fotografata sulla superficie di Marte.
Realtà o miraggio? Uomo o vegetale? Amico o nemico? Queste domande istintive tamburellavano con ritmo serrato nella mia mente, sentii le tempie pulsare e una serpeggiante paura mi stava inchiodando al muro del dubbio. Mentre valutavo la mia prossima mossa, l'improvviso e acuto richiamo di un gabbiano mi venne in soccorso e mi scosse da quel letargo d'indecisione.
Proseguii con circospezione, per non disturbare il raccoglimento di quell'essere, qualunque cosa fosse. Mi bloccai e mi irrigidii nuovamente, stavolta non per la paura ma per una lucida meraviglia. Diamine, esclamai dentro di me, giunto ad una distanza tale da poterne ben giudicare la natura: “Altro che radice o fusto d'albero, quello è proprio un uomo: vecchio, ossuto e nodoso come un ceppo coronato di funghi, coperto di vesti scure, oltre che di una veste impalpabile di solenne regalità.
Ma che stava facendo? Stava davvero pregando? Qui? In mezzo al nulla? Che tempio o cimitero si poteva mai celare in un posto simile ?”
Pensai che i miei passi, attutiti dalla soffice superficie, non avrebbero di certo disturbato il religioso silenzio di quella strana scena. Tentai allora di avvicinarmi alle spalle di quell'essere: non avevo compiuto nemmeno il primo passo quando una voce flebile e roca iniziò a parlami, senza voltarsi, senza alzarsi in piedi.
Vieni, tenero fuscello, vieni a vedere come si diventa possente fusto”.
Nemmeno allora si mosse di una virgola, sollevò soltanto la mano destra e la tenne immobile, più per intimare un alt che come segno di saluto. Poi la calò pacatamente al suolo ed iniziò ad accarezzare la sabbia, a spazzarla via; dopo pochi istanti s'intravvide qualcosa, una macchia scura, bruciata da innumerevoli soli spietati: era uno di quei resti legnosi screpolati e assetati, con il segreto desiderio di germogliare ancora e rinverdire per l'ultima primavera.
Iniziarono a vedersi dei bordi, una forma, pareva una porticina o uno sportello, che impediva alla sabbia di germogliare in ciò che esso proteggeva.
Sollevò con le sue mani possenti quel macigno ligneo ed apparì un vuoto, un antro famelico di luce.
Entra !” Proferì deciso, in tono ieratico, come se si stesse celebrando un rito d'iniziazione al quale nessuno mi aveva invitato.
Io osai solo avvicinarmi di un passo, allungando il collo, per sbirciare meglio quella sorpresa inaspettata, quella tana del mistero. Non ebbi nemmeno l'ardore di guardare in volto quello strano eremita per studiarne i lineamenti.
Entra !” Sempre più imperioso, “Ma ricordati! Là dentro ti attende un buio senza nome: non troverai nè torce da accendere, nè finestre da aprire, solo i tuoi sensi e la tua luce interiore potranno guidarti”.
Entra!” Esclamò per la terza volta.
Entrai.
La forza di quella voce, di quell' imposizione, fu più di un ordine, fu più di un comando. Era semplicemente il solo ed unico motivo per il quale ero arrivato fin lì. In un certo senso quella voce non era dell' anziano, era la mia. Io stesso mi ero chiamato, io stesso mi ero invitato, chissà quanti secoli prima, per raggiungere quel luogo. Non potevo far altro che ubbidirmi.
C'è una forza speciale, non ancora censita dalla scienza, che aleggia come fine nebbiolina sulle terre molli e grasse della Pianura Padana, ancora intrisa, nel profondo ventre dei suoi campi fertili e verdi, degli umori di paludi antichissime e impenetrabili.
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