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mercoledì 17 giugno 2015

Amato Eridano, parte I di III





C'è una forza speciale, non ancora censita dalla scienza, che aleggia come fine nebbiolina sulle terre molli e grasse della Pianura Padana, ancora intrisa, nel profondo ventre dei suoi campi fertili e verdi, degli umori di paludi antichissime e impenetrabili.
Una forza, ma in realtà una debolezza, un'inerzia atavica, dove le mani e le tasche dei suoi abitanti sono in perenne fermento ma lo spirito langue e poltrisce. Come se
una gravità doppia rispetto al normale tendesse a far reclinare al suolo non solo le spalle e lo sguardo di chi ne calpesta la superficie ma anche i loro sogni e pensieri, sino a farli sprofondare nell'oblio, richiamo ineludibile di quei pantani ormai sepolti.
Ogni passo in aperta campagna, appena si varca la soglia del cemento cittadino , si fa stranamente pesante: i fantasmi degli acquitrini ormai bonificati ti reclamano nel loro sottomondo, agli stivali si avvinghiano argille tenaci e collose che ti trascinano al suolo, rubandoti al cielo.
E così fu anche quella mattina dove il fango e la molta sembravano impastarsi con lo scorrere stesso del tempo, rallentandone persino il corso.
I miei passi, assorti nei loro pensieri, stavano per arrivare, senza che nemmeno me ne accorgessi, in prossimità del vecchio Eridano, moribondo patriarca di una natura torturata e martoriata da umani perversi, trasformatisi da giardinieri della Terra ad aguzzini implacabili: lo avevano umiliato e abbruttito sino a renderlo pallida ombra di se stesso. Era un miracolo che fosse ancora vivo, instancabile portavoce di una religione eretica e perseguitata, quella della Vita e della Bellezza.
Erano rimaste solo le sue sabbie grigio-dorate a donargli tenere carezze: lo circondavano in un perenne abbraccio e ne assorbivano le lacrime, anch'esse, come le sue correnti, torbide e limacciose. Con un lavoro incessante di molatura ne levigavano le asperità dell'animo e addolcivano le asprezze della sua condanna. 
 
Le sue sabbie, pensai, non erano poi così dissimili da quelle di un deserto: scoprivanoo e ricoprivano, incessantemente, rifiuti e tesori; le une mosse dalle piene stagionali, le altre dai venti e dalle tempeste. Un giocare a nascondino continuo, dove antiche rovine e memorie di ere remote affioravano, scomparivano e riapparivano, seguendo i capricci di qualche Djin del sottosuolo. In effetti le enormi spiagge generate dalle anse del Po erano proprio come deserti in miniatura, lande malinconiche e sperdute, frequentate da poche persone e ancor meno animali; nei mesi più freddi e nebbiosi acquisivano poi un che di spettrale, emanando un languore ed una malinconia tipici dei lidi marini invernali, quando, liberi dal chiasso e dalla ressa estiva, regalavano, a chi si accostava alle rive spumose,
l' insondabile moto perpetuo dei loro flutti.
Ma i fiumi rispetto al mare creavano terre nuove e fertili, con i lori limi rinnovavano il suolo ad ogni esondazione, trasformando radicalmente il loro corso e l'aspetto delle terre circostanti. Ogni piena modificava sensibilmente le spiagge, rendendone spesso irriconoscibile il volto ed aggiungendo sempre uno strato di pelle nuova, disseminata di antichi reperti che attendevano solo di essere scoperti. Era una piccola soddisfazione, per gli esploratori cittadini, sentire l'ebrezza di calpestare terre sconosciute ed inesplorate; sul cui suolo rinnovato, mai toccato da piede umano, giacevano sparpagliate immondizie contemporanee a fianco di reperti fossili e archeologici. Come se il Po, con il suo scavare e rimestare incessante fosse uno spontaneo portale tra l'oggi e il passato, una liquida clessidra che continuava a rovesciarsi, mescolando alla rinfusa il presente con i ricordi più remoti della storia e della preistoria.

Man mano che mi avvicinai all'acqua, percepii nell'aria una frescura minerale, frizzante e tersa, odorava di piccoli cristalli guizzanti. L'agitazione e lo scontro, dovuti alla corrente, tra le molecole d'acqua e le ghiaie emanavano nell'aria come un polline minerale vibrante di elettricità, donando un odore particolare e gradevole all'atmosfera circostante. E' incredibile come il grande fiume fosse riuscito a mantenere questa dignità, questa luminosità olfattiva nonostante l'accanimento con il quale veniva costantemente sfregiato e sfigurato.
Continuai a camminare tentando d' immaginare come dovesse essere stato fino a non molto tempo fa quel fiume: possente, libero, fiero e solitario come un condottiero, ma anche madre accogliente per miriadi di rivoli e corsi d'acqua minori.
Ormai non distavo molto dal suo letto, guardandomi intorno mi accorsi che la sabbia si confondeva con l'orizzonte, lontano lontano, sembrava non finire mai.
Rimasi ammaliato dalla vastità di quelle rene, la monotonia e la piattezza del panorama erano rotte soltanto da fulmini e saette nere, che, come impietrite, emergevano dal terreno anzichè trafiggere il cielo. Mi sentii unico superstite nel mezzo di un campo di battaglia antidiluviano: quelle saette ricordavano gli arti e i corpi straziati e sofferenti di soldati titanici; affioravano dalla sabbia nelle posizioni più contorte e grottesche, come nelle affollate e intricate incisioni di Dorè di un qualche girone infernale.
In realtà erano enormi tronchi rugginosi, screpolati e secchi, o rami neri di carbone e tannini, testimonianze di esondazioni più o meno recenti: alcuni risalivano a pochi anni or sono ed erano perfettamente riconoscibili e famigliari, ad altri si poteva dare una manciata di secoli; pochissimi ma splendidi, infine, risalivano a svariati millenni or sono ed erano ormai trasfigurati, neri come la pece e duri come pietre.
 Provenivano dai boschi planiziali del primo Olocene, quando la nostra pianura era coperta da foreste monumentali e al posto di pannocchie di mais si innalzavano torri e guglie di alberi secolari, alti decine e decine di metri.
Tutti quei tronchi, ceppi e radici capovolte, sparpagliati a caso come fossero gettati al suolo da una indovina in cerca di premonizioni,
 sembrava quasi non volessero decomporsi e tornare humus per nutrire il mondo, anime perse e senza pace, che si rivoltavano contro il ciclo naturale delle cose e desideravano a tutti i costi rimanere sì sulla terra ma senza terra diventare, bramosi d'immortalità come oscuri negromanti, destinati un giorno a diventare fossili, a pietrificarsi, a non lasciare mai più questo mondo. Chissà, forse anche loro avevano peccati da espiare, quali segrete e misteriose pene stavano mai scontando?
Tra quei legni litici, torvi e pieni di nodi ve n' era uno in lontananza che catturò la mia attenzione per il profilo inusuale, sembrava una persona accovacciata, anzi inginocchiata, come se stesse pregando. Proprio come quella pietra suggestiva fotografata sulla superficie di Marte.
Realtà o miraggio? Uomo o vegetale? Amico o nemico? Queste domande istintive tamburellavano con ritmo serrato nella mia mente, sentii le tempie pulsare e una serpeggiante paura mi stava inchiodando al muro del dubbio. Mentre valutavo la mia prossima mossa, l'improvviso e acuto richiamo di un gabbiano mi venne in soccorso e mi scosse da quel letargo d'indecisione.
Proseguii con circospezione, per non disturbare il raccoglimento di quell'essere, qualunque cosa fosse. Mi bloccai e mi irrigidii nuovamente, stavolta non per la paura ma per una lucida meraviglia. Diamine, esclamai dentro di me, giunto ad una distanza tale da poterne ben giudicare la natura: “Altro che radice o fusto d'albero, quello è proprio un uomo: vecchio, ossuto e nodoso come un ceppo coronato di funghi, coperto di vesti scure, oltre che di una veste impalpabile di solenne regalità.
Ma che stava facendo? Stava davvero pregando? Qui? In mezzo al nulla? Che tempio o cimitero si poteva mai celare in un posto simile ?”
Pensai che i miei passi, attutiti dalla soffice superficie, non avrebbero di certo disturbato il religioso silenzio di quella strana scena. Tentai allora di avvicinarmi alle spalle di quell'essere: non avevo compiuto nemmeno il primo passo quando una voce flebile e roca iniziò a parlami, senza voltarsi, senza alzarsi in piedi.
Vieni, tenero fuscello, vieni a vedere come si diventa possente fusto”.
Nemmeno allora si mosse di una virgola, sollevò soltanto la mano destra e la tenne immobile, più per intimare un alt che come segno di saluto. Poi la calò pacatamente al suolo ed iniziò ad accarezzare la sabbia, a spazzarla via; dopo pochi istanti s'intravvide qualcosa, una macchia scura, bruciata da innumerevoli soli spietati: era uno di quei resti legnosi screpolati e assetati, con il segreto desiderio di germogliare ancora e rinverdire per l'ultima primavera.
Iniziarono a vedersi dei bordi, una forma, pareva una porticina o uno sportello, che impediva alla sabbia di germogliare in ciò che esso proteggeva.
Sollevò con le sue mani possenti quel macigno ligneo ed apparì un vuoto, un antro famelico di luce.
Entra !” Proferì deciso, in tono ieratico, come se si stesse celebrando un rito d'iniziazione al quale nessuno mi aveva invitato.
Io osai solo avvicinarmi di un passo, allungando il collo, per sbirciare meglio quella sorpresa inaspettata, quella tana del mistero. Non ebbi nemmeno l'ardore di guardare in volto quello strano eremita per studiarne i lineamenti.
Entra !” Sempre più imperioso, “Ma ricordati! Là dentro ti attende un buio senza nome: non troverai nè torce da accendere, nè finestre da aprire, solo i tuoi sensi e la tua luce interiore potranno guidarti”.
Entra!” Esclamò per la terza volta.
Entrai.
La forza di quella voce, di quell' imposizione, fu più di un ordine, fu più di un comando. Era semplicemente il solo ed unico motivo per il quale ero arrivato fin lì. In un certo senso quella voce non era dell' anziano, era la mia. Io stesso mi ero chiamato, io stesso mi ero invitato, chissà quanti secoli prima, per raggiungere quel luogo. Non potevo far altro che ubbidirmi.
C'è una forza speciale, non ancora censita dalla scienza, che aleggia come fine nebbiolina sulle terre molli e grasse della Pianura Padana, ancora intrisa, nel profondo ventre dei suoi campi fertili e verdi, degli umori di paludi antichissime e impenetrabili.

giovedì 4 dicembre 2014

L'angolo del bibliofilo n.1, tra meteoriti ed anemoni

Alcuni anni fa mi è capitato un acquisto interessante: un poderoso tomo contenente i lavori scientifici, delle più svariate discipline, dell'Accademia dei Lincei, nel lontano 1883.

Aveva attirato la mia attenzione per un articolo tutto sommato molto breve ma altrettanto interessante per l'argomento e l'area trattata: parla infatti del meteorite caduto nelle nostre piatte capagne, al confine tra le province di Brescia e Cremona nel 1883, più precisamente tra comuni di Alfianello e Verolanuova.
Ricordo di averne osservato alcuni frammenti presso il Museo di Scienze Naturali di Brescia, dove un'intera vetrina era dedicata a questo particolare fenomeno.

L'articolo narra tra l'altro che i villici, nasato l'affare e visto l'interesse suscitato tra studiosi e ricercatori, si misero a spacciare sassi e scorie di fusione per frammenti dell' "areolite" extraterrestre ma vennero ovviamente smascherati ben presto. Chissà che con i mezzi attuali non si possa rinvenire ancora qualche scheggia del bolide tra le molli zolle di terra di quei campi...
L'altro lavoro al'interno del tomo che mi ha convinto definitivamente all'acquisto è lo splendido lavoro sulle anemoni marine a firma di Angelo Andres, 1883
Ripropongo qui le 12 splendide tavole in cromolitografia.
Sicuramente l'intera annata del 1883 sarà disponibile in pdf su qualche portale, basterà cercare su google.











martedì 25 novembre 2014

Cartoline dal futuro



http://www.pinterest.com/pin/339388521890387908/


La forza del cuore moltiplica i diamanti delle candide mani di artisti e artigiani.
Essi percepiscono il ritmo del lavoro e si riempiono di miele le dita.
 Lo sforzo congiunto attonisce lo sguardo dei ciechi.
 La cooperazione commuove i Padri dell'uomo, 
l'uno diventa dieci e quel dieci ride di speranza perchè già sa di essere cento. 
Così progredisce la vita, nell'infinito .

lunedì 24 novembre 2014

Stelle comete o come te!



Mike Berenson, The needles under the geminids meteor shower


I segugi celesti fiutano in anticpo il tramonto del mondo.
Troppi affanni, troppi affanni sembrano bisbigliare.
L'uomo s'è dimenticato tutto, persino di ricordare,
ricordare il suo alto lignaggio, Madre Fiamma e Padre Uranos.
E invece di ardere e volare, trema di freddo e sotterra le ali nell'antro nemico del Sole.
Così persino la gemma incandescente avvizzisce,
persino il cuore d'oriflamma arruginisce.
Non lasciate che gli artigli dei rettili vi arpionino il sorriso rendendolo un ghigno malefico.
Avete perso la Gioia per Terra, la Gioia di vivere per Terra
ma al buio non troverete più né una né l'altra. Calpestate e distrutte.
Il vostro calcagno le ha frantumate e così vi siete lasciati scappare l'infida serpe.
Il paesino dei Balocchi s'è trasformato prima in Nazione ed ora in grande Impero
ma non ci son più grilli nei campi a sussurare nelle ore notturne, per fecondare i vostri sogni,
i Pilastri del Patto Primordiale.
Suvvia Uomo, rialzati lo sguardo, sporcati ancora di Cielo, spalmalo di nuovo sul tuo pane.
Hai inghiottito abbastanza fango non trovi?
La via è lunga. Infinita.
Conduce in Alto e poi in Altro.
La collana dei Mondi è lunga. Infinita.
L'evoluzione non è casuale, scopri le tracce della Bellezza in ogni singola impronta costata il denso sangue dei Millenni.
Come nei sentieri di montagna, ci sono segni ben evidenti per non perdersi e vagare senza meta, basta saper dove guardare.
Uomo, quante sfere che ti perdi rincorrendone una riempita solo d'aria. Prendila a calci una volta per tutte.
E ricorda, le mani chiuse non possono accarezzare.

lunedì 27 ottobre 2014

Passeggiata nel Pliocene emiliano

L'escursione era nata dal desiderio di osservare  una nuova specie fossile di mollusco d'acqua dolce, descritta nel 2008 dalla Professoressa Esu con il nome di Tanousia stironensis.
Il sito di rinvenimento è  l'affioramento del Pleistocene inferiore (da 2,8 milioni di anni fa fino a 700.000 anni fa ca) del torrente Stirone (PR).
Qui il lavoro che descrive la nuova specie:
 http://paleoitalia.org/media/u/archives/045_Esu.pdf
 
Purtroppo le condizioni di piena del corso d'acqua  hanno impedito l'accesso nell'alveo per una ricerca approfondita.
Qui di seguito una carellata d'immagini che mostra il profondissimo solco lasciato dallo Stirone nel piano alluvionale tra S. Nicomode e Laurano, Parma.
I profondi canyons hanno incominciato a generarsi negli anni '60 a causa di un massiccio prelievo di materiale ghiaioso da parte di draghe ed escavatori che così facendo hanno portato alla luce i sottostanti strati argillosi.
La zona ripresa in foto ritrae le formazioni  fluvio-lacustri e continentali, successive a quelle marine.
Torrente Stirone, Parma
Torrente Stirone, Parma
Torrente Stirone, Parma
Torrente Stirone, Parma
Torrente Stirone, Parma
Torrente Stirone, Parma
Torrente Stirone, Parma

E' stato quindi necessario un rapido cambio di programma che mi ha portato sui primi rilievi appenninici, alcuni dei quali noti per essere ricchissimi depositi di conchiglie fossili risalenti all'epoca plioceneica ( da 5,3 milioni di anni fa a 2,6 milioni di anni fa).
In tali aree sono caratteristici i calanchi: fenomeni  d'erosione del suolo per azione dell'acqua piovana su terreni argillosi;

Esempio di calanco, dalle pareti molto ripide e fangose.Epoca: Zancleano,Pliocene.


 i quali erano il fondale marino,ricchissimo di vita, dell'antico mare che sommergeva tutta la Pianura padana generando il cosidetto golfo padano.
l'antico Golfo padano durante il Pliocene.

 I calanchi perlustrati risalgono al periodo più antico del Pliocene, detto Zancleano
(da 5,3 maf a 3,6 maf)
La sperenza era  quella di poter ammirare in situ la malacofauna di ambienti marini piuttosto profondi(oltre100 m. di profondità).
Le conchiglie si rinvengono spesso alla base di queste ripide pareti, grazie al dilavamento dell'acqua piovana che le libera dalle argille in cui si sono preservate per milioni di anni.
Le frane e gli smottamenti  di questi ambienti  accidentati sono il substrato idoneo per le precocissime fioriture di Tussilago farfara L. 1753 ( nella foto i puntini gialli in basso)


Proprio alla base del calanco ho rinvenutro il primo fossile, la non comune Semicassis intermedia (Brocchi)


Il  successivo  rinvenimento è particolarmente gradito: la Stellaria testigera (Bronn, 1831) , ex Xenophora testigera, per nulla comune, si ritrova solitamente in frammenti ed è piuttosto difficile incontrarla intera ed in buone condizioni, come in questo caso.


Stellaria testigera, esemplare giovanile.
Stellaria testigera, esemplare giovanile

 
Proseguiamo poi con un'Astrea fimbriata (Borson 1821)  in condizioni piuttosto critiche.





Dulcis in fundo una spettacolare, per dimensioni e stato di conservazione, Janiopsis angulosa (Brocchi 1814) rarissimo gasteropode esclusivo del Pliocene inferiore.



giovedì 23 ottobre 2014

N.2

LUCIDA LE TUE LABBRA NELLO SMALTO DEL SORRISO!!
SCAGLIA LONTANISSIMO LE TUE GRIDA DI TRIONFO!!!
BRANDISCI LO SCETTRO DELL'ADDIO PER SALUTARE GLI AMICI:
CI RIVEDREMO
CI REINCONTREREMO
MA NON QUI
MA NON COSì
QUANDO ALLORA?
LA'!
DOVE DIAMINE?
SEMPRE!

Parola di potere: Felicità!

La casa dei nonni materni è sempre stata per me, sin dall'infanzia, un micro mondo da esplorare e pieno di tesori, fonte di continue scoperte risultate dal rovistare,frugare e tossire in mezzo alla polvere, alla ricerca di oggetti vecchi e preziosi.
Ho speso da ragazzino innumerevoli ore tra cantine con ragni che non sfigurerebbero come portata principale al cenone di Natale e intricati sottotetti da percorrere a gattoni dove erano nascosti gli ori di famiglia (e le fedi delle bisnonne scampate alla requisizione fascista).

Ho scavato, letteralmente, in strati geologici di accumulazioni “compulsive” di persone che hanno vissuto la fame, quella vera, e quindi non avrebbero osato buttar via nemmeno un chiodo arrugginito e storto; infatti ci sono ancora tutti, nei loro barattoli e scatoline, perchè, come direbbero i proprietari:” Se sà mai..el po' semper servì...” .
Morale della favola: in questa miniera di antiquariato spicciolo, dopo 25 anni di continue razzie e ghiotte scoperte, nonostante il filone principale si sia ormai esaurito, escono fuori ogni tanto ancora delle piccole soprese.

L'ultima è stata un copri federa di lino, recentemente trovato nei cassetti inesplorati della biancheria,( per la semplice ragione che teli e tessuti erano la cosa più lontana che il mio cervello da “tombarolo domestico” potesse considerare come bottino), tipica produzione locale dei primi decenni del '900, con ricamata, oltre ai classici decori floreali, la scritta Felicità.

Questa reliquia di un mondo ancora rurale, lento e sostanzialmente intatto, mi ha fatto respirare per un istante l'aria di cent'anni fa. Come doveva essere il risveglio e la colazione di quegli strani esseri umani che ancora mangiavano il pesce dei fossi ed in quelle acque, da bambini, ci si tuffavano. Ho tentate di immaginarmi i ritmi delle persone, i silenzi e la quiete, dove le nevrosi, le ansie e gli stress erano malattie sconosciute.
E troppo facile è stato subito fare il paragone con un'attuale famiglia media,dove già alle sette di mattina il televisore va a tutta birra, magari su qualche telegiornale h24, per riempirci i polmoni di aria fresca, ricevere un bacio sulla fronte e iniziare al meglio la nostra giornata con efferatezze varie, condite da atti di terrorismo, perversità bieche e l'immancabile montagna di morti.
E noi, bambini compresi, assorbiamo come una spugna l'orrore e la morte,avvelenandoci, letteralmente parlando, il sangue.

Tornando all'oggetto in questione, quel piccolo esempio di artigianato, prodotto quando ancora il lino era coltivato nei nostri campi cremonesi, mi ha fatto percepire distintamente che abbiamo, nonosante tutto, perso un quid immensamente piccolo e sottile quanto fondamentale, per la vita del Pianeta ed il nostro equilibrio psicofisico. Come se i nostri bisnonni di un secolo fa, incarnassero a loro insaputa, con il loro stile di vita, i principi portanti della vita, del cosmo.
Noi, irrimediabilmente, saremo costretti a non disprezzare le nostre radici o a celarle e dimenticarle come facciamo ora, ma coglierne l'essenza e la lezione di semplicità, perchè non ci sarà nessun progresso tecnico o scientifico che permetterà di nasconderci dietro il dito della nostra arretratezza umana e spirituale.Le sfide dell'immediato futuro purtroppo non si risolveranno con un click o un app.



Di primo acchito, paroline banali come Felicità, tatuate sul tessuto dalle menti semplici dei nostri avi, ci inducono tenerezza e compatimento.
Altri tempi, tempi perduti e per nulla da invidiare...diremmo noi.
Eppure...eppure c'è un eppure!
Si può rintracciare una scia sottile, una traccia indelebile che è resistita nei millenni a tutte le censure, le persecuzioni, le inquisizioni, a tutti i tentativi di far tacere una voce flebile ma antichissima.
Quelle paroline ricamate con tanta pazienza da mani gentili sono un arcaico retaggio culturale precristiano, c'è ancora un sentore di magia , sono parole e simboli taumaturgici, dei talismani di protezione. I nostri avi, ma in certi luoghi avviene ancora oggi, scolpivano o dipingevano sui mobili, le culle dei neonati, le forme per il formaggio, sulle entrate delle loro case, dalla Lombardia alla Sardegna, simboli come il fiore della vita, poi recuperato e avvilito dal partito della Lega Nord e da loro ribattezzato il Sole dell Alpi( l'hanno fatto addirittura diventare marchio registrato...da rabbrividire!!).
Il concetto è il medesimo delle parole ricamate, si utilizza un'immagine anziché delle lettere, ma la sostanza è la medesima.


Persino l'acqua diventava substrato propizio:

Se a uno scienziato parlate di acqua magnetizzata non avrà difficoltà ad accettare l’idea; ma se gli dite di acqua benedetta o stregata, vi darà dell’ignorante. Eppure la distinzione sta solo nel termine usato, poiché in essenza l’energia è la medesima.
È tempo che la scienza espanda i propri orizzonti, non più irretita dalle definizioni convenzionali. Tutti i drammi della vita vengono proprio da queste tarature. È bene abituarsi fin dall’infanzia ad accertare la natura essenziale delle cose”.
Roerich,Aum, 1936

In riti antichi come la notte dei tempi si era soliti tenere una brocca d'acqua di fianco al luogo dove si dormiva, per caricarla magneticamente, con la propria energia psichica, durante il sonno.

Fammi bere l’acqua di vita che sta accanto al tuo capo” - si legge in un antico manoscritto.
Gli interpreti più recenti lo leggono in chiave simbolica: l’acqua vivente sta per l’oceano della saggezza; la testa per il culmine della conoscenza. Ma quella frase aveva invece un valore terapeutico: il discepolo chiede al Maestro di bere l’acqua magnetizzata per essere stata accanto al suo giaciglio. Molti detti si riferiscono a questa proprietà dell’acqua, e immagini antiche rappresentano figure che bevono da un vaso o da una fonte sacra.
Da lungo tempo si sa che esistono due modi per magnetizzare l’acqua: con l’imposizione delle mani e, più naturalmente, tenendola accanto al letto. La prima era preferita per certi malanni, ma la seconda era considerata migliore per tonificare in genere le forze. La si usava o bevendola o spruzzandola su qualcuno.
Si narra che una regina di Palmira pretendeva dai suoi aiutanti di dormire accanto al bacino preparato per il suo bagno. Simile è il racconto biblico di re Davide, a dimostrare il valore attribuito alle sane radiazioni umane. Nella vita sociale queste emanazioni dovranno essere armonizzate con grande attenzione. L’energia psichica suggerirà la scelta dei collaboratori”.
Roerich,Aum,1936

Appoggiare la testa durante il sonno su un guanciale che ha assorbito la parola felicità è allo stesso modo terapeutico e benaugurante.
Ricorda un po' l'usanza odierna così di moda in certi ambienti “new age”dove la casa si tappezza di postik con frasi che dovrebbero darti la carica e ricordarti di pensare positivo, non cedere a pensieri di paura, etcetc.

Un altro interessante elemento che dona a questi manufatti un tocco speciale, e sottolineo la parola manufatti umani, è che si sono caricati con energie bellissime di lavoro paziente e sereno. La mano irradia e lascia segni incancellabili su ogni oggetto che tocca o crea. Così come ogni pagina scritta viene caricata dalla particolare energia dello scrivente, fornendoci su di lui preziose indicazioni.
Un lino del genere è fatto con molta pazienza, è carico di energia femminile, accogliente, materna, protettiva. Non va dimenticato inoltre che è stato fatto con particolare amore e attenzione perchè era fatto per l' uso personale, per la cerchia ristretta della propria famiglia ed era destinato a durare nel tempo, non era merce di mediocre qualità atta solo a generare profitto.

Immaginatevi invece indossare un maglione fatto in finta lana prodotto in Cina o in Cambogia o qualsiasi altro paese dove le mani dell'operaio, così come i suoi pensieri, emanano la miseria del suo stato di schavitù, pagato una miseria, ma una miseria vera, costretto a turni allucinanti di 16 ore consecutive e magari accucciato di notte dentro la stessa fabbrica.
Che vibrazioni positive potrà mai emettere un simile artigiano alla sua opera?
Odio, risentimento, paura, frustrazione e angoscia.
Indossare un vestito del genere significa caricarsi di un fardello orrendo e puzzolente.
http://www.caffeinamagazine.it/economia/3604-cosa-si-nasconde-dietro-i-vestiti-di-h-m-la-blogger-17enne-svela-il-segreto
Una nostra nonna, seduta per ore e ore sulla stessa sedia, dedita alla sua opera con un ritmo sano e una pace nel lavoro impensabile per un manufatto odierno, genererà un prodotto in tutti i sensi migliore.

L'utilizzo sopra descritto di simboli e parole cariche di significato positivo, pratica tramandata quasi invariata da millenni, è sfruttata con fini molto più biechi dai nemici dell'uomo, in quei sordidi bordelli delle maison di moda dove si stabiliscono a tavolino le prossime tendenze globali. I viscidi esseri che, nonostante la giacca e la cravatta, si destreggiano molto bene nei reami del simbolico e dell'esoterismo più becero, hanno disseminato il mondo intero di simboli e scritte di morte, che ritroviamo persino nei prodotti della più tenera infanzia: gioielli, cuffie, magliette, felpe, astucci e zaini; tutti inzozzati da scritte immonde e simboli di morte come teschi e pistole( queste ultime rivolte verso il basso, ovvero agli organi sessuali...w la fertilità!!)

E queste due parole, teschi e pistole, tanto fan pensare ai telefilm che ci scorrono davanti, sempre ad ora di cena, giusto per avvelenare il nostro cibo e il nostro corpo in modo più diretto, che con la scusa di chiamarsi polizieschi ci propinano cadaveri,autopsie,arti mozzati e svisceramenti vari, il puro trionfo della morte e della caduca materia.

Se sui nostri vestiti invece che teschi, pistole e frasi raccapriccianti comparissero cristalli di neve o le bellissime geometrie di un crop circle!! Diventiamo portatori di bellezza, anche nelle cose più minute!


Ho poi trovato un utilizzo alternativo per il copri federa...che ne pensate??